Mago Merlino consiglia:
Leggi Massimo Carlotto.
Ascolta i Cure e gli Stones
Tira coriandoli.
Bevi caffè.

giovedì, 28 maggio 2009

Io, loro, e l'amore da operetta

Di tutte le ingiustizie umane, l'amore unilaterale è forse la più demenziale.
Si ama senza essere riamati, si idealizza, si è molto sciocchi. Capita a tutti, più volte nella vita, dalle elementari in poi. Tu, che adesso passi di qui per caso e leggi, chiediti: "Ho mai amato unilateralmente? Ho amato senza essere corrisposto?". La risposta è, ovviamente, sì. Succede anche il contrario, certo. Si è amati da qualcuno senza amarlo noi. Di solito, però, il confronto è schiacciante: l'amore unilaterale, in proporzione, capita molto più a te, piuttosto che a qualcuno verso di te. Chieditelo di nuovo: "Ho amato più io, o sono stata amata più volte da qualcuno che non amavo?". La prima. E non bisogna badare a quelle che rispondono "Oh, no, sono stati molti di più quelli che hanno amato me, non il contrario!", perché sono solo delle povere stronze.

Il fatto è che l'amore unilaterale non porta da nessuna parte. E' solo un io, loro. Io che amo senza che l'altro mi corrisponda, loro (quei quattro gatti in una vita) che amano me senza che io ami loro.
Non si è mai un noi, che poi è l'unica vera condizione perché si possa parlare di amore effettivo.

Se si è nella condizione di io -io che amo e lui che non ama me-, ci si strugge, si immaginano conversazioni, situazioni, giorni felici di una mai vita.
Se si è nella condizione di essere amati da loro -gli altri, quelli che ci amano senza essere corrisposti- ci sentiamo braccate, braccati, tutti quasi, chissà perché, in pericolo, come se il fatto di aver permesso che qualcuno a cui non pensiamo pensi a noi fosse un reato, una cosa che ci fa sentire precari, vittime e carnefici. Scopriamo di essere amati da una persona che non abbiamo mai nemmeno pensato di poter amare, e ci sale l'ansia. "Com'è potuto succedere, io non voglio, è un pensiero che va estirpato e che non doveva nascere".

Nella mia vita sono stata spesso un io e ho incontrato anche alcuni loro.
Mi appresto pertanto a scriverne un piccolo compendio. Esempi di amore unilaterale. Aneddoti. Quando si è un io, quando si ha a che fare con dei loro. Si è creature estranee in partenza, lo si è per chi amiamo senza riscontro e lo sono quelli che senza riscontro amano noi.
Via:

LORO:

-Il primo dei miei loro si chiamava A., figlio di amici di famiglia.
Ad un pranzo gigante e affollato, in uno di quei ristorantoni della bassa con molti tavoli e molto brusìo, mi allungò un menu di carta di riso su cui aveva scritto "Ti amo". Panico. "Com'è potuto succedere, io non voglio, è un pensiero che va estirpato e che non doveva nascere". Presi il menu, lo appallottolai senza farmi vedere, e lo nascosi dietro una fila di piatti. Poi, siccome una cameriera solerte e scassacazzi se ne accorse, me lo ripresi. Usciti tutti in giardino, riuscii finalmente a gettarlo nel cestino più vicino. Lui, dopo mezz'ora, dovendo buttare qualcosa, sollevò il coperchio e lo trovò. Mi guardò basìto, agghiacciato, rancoroso. Ero ufficialmente assurta al ruolo di stronza. Una donna du du du in cerca di guai.

- Il secondo dei miei loro, E., un giorno, nel corridoio del liceo, mi disse:
"Ho lasciato F. Per un'altra"
"Per un'altra?", feci io
"Sì. Me ne sono innamorato, non posso farci niente"
"Ah, mi dispiace. Per F, voglio dire"
"Non dovrebbe"
"Perché?"
"..."
"La conosco?"
"Direi proprio di sì"
"Ah"
"..."
"Ti prego dimmi che non sono io!"
"Vedo che non l'hai presa bene".

- Il terzo dei miei loro, due giorni dopo il secondo (non è mai più successa una cosa simile. In quella settimana dev'esserci stata una qualche strana e inquietante congiunzione astrale), mi scrisse un lungo e intricato sms che finiva con "Io ti amo". Parole grosse. Quando si aggiunge il soggetto, poi.
Ed ecco la sottoscritta nuovamente spaventata e corrosiva. Scappare, scappare. No, no, no, no. Gli telefonai e gli dissi che mi dispiaceva, ma non provavo niente per lui, perché io, ecco, amavo un altro.

Il che era vero.
Infatti:

IO:

- Quel caso di "Io ti amo ma tu nisba" aveva a che fare con un certo E. (naturalmente non l'E. che si era dichiarato nella settimana della congiunzione astrale), che io amai zitta zitta per una vita. Andammo anche insieme in Inghilterra, per un corso estivo in college. Preparai, prima della partenza, circa quattro pacchetti giganti di Vigorsol da portare con me, con l'idea che l'avrei sicuramente baciato molto, sapendo sempre, in ogni momento e anche presa alla sprovvista, di menta piperita. Si fidanzò con una bolognese bionda con il piercing sulla lingua. Giulia. (A tal proposito servirebbe un teorema: in questi lunghi anni, io e le mie amiche ci siamo rese conto che nelle faccende d'amore il nome Giulia è una costante: l'altra si chiama sempre Giulia).
Quella sera io piangevo amaramente, nel fitto del parco. Arrivò Alessandra, la mia compagna di stanza (solo al ritorno le fu svelato l'arcano): "Ma tu piangi! ...Che succede?". "Niente", gracchiai io. "E' per E.?", fece lei di rimando. E io: "Assolutamente no, come ti viene in mente?".
Tornati dall'Inghilterra, lui fece coppia fissa per un'eternità con una sua compagna di classe (solo dopo scoprii che lei mi era anche simpatica; a quei tempi ero molto impegnata a detestarla). Io mi struggevo, sgomenta. L'estate successiva, un giorno, mentre ero al mare, mi chiamò Michela, una mia amica e compagna. Ero in spiaggia, appena uscita dall'acqua. La sentii urlare al telefono: "Franci, si sono lasciati! Si sono lasciati!!! L'ho saputo ora, per caso! Ero in centro e ho incontrato Y e me l'ha detto!". Io corsi per mezza spiaggia, franai a terra esultante. La sera brindai a vodka con i miei amici storici del mare, offrii io per festeggiare. Finita l'estate, tornata a scuola, lo vidi nel corridoio del liceo e sentii qualcosa di strano. Andai da Michela e le dissi contrita: "Michi, credo che non mi piaccia più".
Siamo così, dolcemente complicate, cantava la Mannoia.

- Un altro caso, molto più antico, di "Io ti amo ma tu te ne freghi", ebbe come protagonista Nicola, mio vicino di banco in terza media (tra l'altro più basso di me di circa ottomila spanne). Ci scambiavamo libri di una collana horror intitolata "Piccoli Brividi", chiacchieravamo molto, ci eravamo simpatici. Un giorno lui, avendo aperto il frigo la mattina molto presto e ancora assonnato con l'intenzione di prendere un cartoncino di succo, si sbagliò. All'intervallo tirò fuori dallo zaino, basìto, una confezione di panna da cucina, e io l'amai. Perché è vero che noi donne amanti della battuta ribattiamo al cliché del "Voglio un uomo che mi faccia ridere" dicendo che è più bello essere tu donna che fai ridere lui uomo, ma ogni tanto una vacanza, ecco. Può essere disarmante.
Fu l'unico ragazzo della mia vita a cui mi dichiarai, rimanendo evidentemente traumatizzata.
Successe dopo una cena di classe.
"Nicola, ti devo parlare"
"Certo, dimmi"
"Non qui, in privato"
"Andiamo nella cabina telefonica"
Così, in una cabina telefonica a gettoni, gli dichiarai il mio amore, e lui disse "Ma io... Non voglio". Proprio così, non voglio, che poi è esattamente la stessa cosa che pensai io quando mi capitò di essere amata senza corrispondere.
Ricordo che intervenne Federico, nostro compagno di classe, amico di entrambi e mio confidente per quella faccenda. Entrò nella cabina e disse: "Ma Nicola!". Nicola, dal canto suo, ripetè "Ma io... Non voglio, davvero" e uscì. Nella cabina rimanemmo io e Federico, a guardarci negli occhi sotto shock, lui una mano sulla mia spalla e io a dire "Oh Fede, Fede! Che disastro!"

- Un altro capitolo interessante della mia personale saga di sfiga riguarda un certo Claudio, nella classe accanto alla mia al liceo (la stessa di quell'E. dell'Inghilterra, peraltro). Dieci in greco, dieci in latino, dieci in ginnastica. Le gambe più belle della storia del West. M'invaghii pazzamente nelle ultime tre settimane dell'ultimo anno (tempismo eccezionale), lui era timidissimo e io immaginavo tutta una nostra vita futura in cui, novelli sposi, saremmo emigrati a Firenze (non ho idea del perché). Il mio unico atto di coraggio consistette nel lasciargli sul motorino un biglietto anonimo con su scritto "Sei carinissimo", forse col punto esclamativo, forse no. La scuola finì, ci fu la maturità, io poi me ne andai a Berlino e insomma lo dimenticai, credo.

Amore unilaterale, questo sconosciuto. L'amore che non serve a niente, l'amore che non è amore. Quell'amore di cui chi lo riceve non sa che farsene, un sentimento che non genera nessun noi, ma solo persone distanti, amori da lontano che non hanno ragion d'essere se non forse per scrivere belle canzoni, sempre che tu ne sia capace. L'amore unilaterale è voglia di vincere, non volontà di amare.

Ad ogni modo, l'ultima volta che mi successe (circa un anno e mezzo fa) scrissi a un amico dicendo: "E' l'uomo della mia vita".
Lui mi rispose: "Peccato"
Io: "In che senso Peccato?"
Lui: "Immagino tu volessi scrivere E' l'uomo della mia vita"
Io: "Sì"
Lui: "Invece hai sbagliato a digitare. Hai scritto E' l'uomo della MAI vita"
Io: "Ah"
Lui: "Beh, non mi sembra un buon segno".

Effettivamente, non fu affatto un buon segno.

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lunedì, 20 aprile 2009

Perdiamoci di vista

E' il 24 luglio 2007.
Nella mia vita, di lì a poco, arriverà S., ma io ancora non lo so.
Molte cose stanno per cambiare, e molte stanno per succedere.
Io però non ci penso: oggi è il 24 luglio 2007.

Sono a Roma, da sola, di nascosto.
Sono venuta a Roma in segreto e lo sanno solo poche amiche.
Me ne sto su Ponte Fabricio, guardo il fiume.
Domani tenterò l'esame d'ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia.

Non andrà bene.
Il 5 settembre scoprirò che non è andata, che hanno preso otto ragazzi e otto ragazze, e tra le otto ragazze io non ci sono. Controllerò le graduatorie sul sito internet, e continuerò a premere il tasto sinistro del mouse sulla freccia che va giù anche quando la pagina sarà finita, in cerca del mio nome. Continuerò per un minuto, forse di più. E più che piangere, credo.
Scoprirò di non avercela fatta, cercherò chi c'era quel giorno insieme a me,  provando a ricordare i nomi, chiedendomi se qualcuno avesse deciso di tentare anche all'Accademia, o altrove, e avesse quindi un'altra possibilità.

Domani, dicevo, tenterò l'esame d'ammissione al CSC, avrò davanti a me in commissione Giancarlo Giannini, mi tremeranno le gambe, farò il monologo della portinaia e reciterò una poesia di Pascoli. Poi uscirò, tornerò in centro e vagherò senza meta, pranzerò alle 4 del pomeriggio, calpesterò sampietrini roventi con le mie scarpe leggere, ascolterò molte volte Into the groove della Madonna anni '80 nell'mp3.

Di quella che fu sicuramente una delle più drammatiche, esaltanti, meravigliose giornate della mia vita, parlerò magari un'altra volta. Lo farò, perché quella giornata merita di essere raccontata.

Ma non adesso. Oggi è il 24 luglio 2007, il giorno prima, e io me ne sto su Ponte Fabricio.
Ho scelto questo posto perché amo arrivare fino a qui passando da Trastevere, e mi piace l'Isola Tiberina.
Mi piace vedere la cupola della Sinagoga dall'altra parte del fiume; guardo la cupola e piango un po', sempre, ma con discrezione, senza farmi vedere.
Due lacrime che mi salgono su dalle viscere, e poi basta, discrezione.
Oggi mi sono fermata, sono su Ponte Fabricio e non sto proseguendo.
Dovrei fare un passo, poi un altro, un altro ancora, attraversare la strada, andare nel Ghetto.
E' facile, fallo.
Invece sono lì, guardo il fiume.

Sto osservando il Ponte Rotto, sono assorta.
Non ci ho mai fatto questo gran caso, prima d'ora.
Un troncone di ponte romano rimasto lì dopo un'alluvione. L'ho anche studiato, naturalmente. En passant, a dire la verità. Il Ponte Rotto, costruito ponte nel terzo secolo avanti Cristo, sbattuto giù e divenuto un ponte rotto nel sedicesimo dopo Cristo.

Passavo su Ponte Fabricio, mi sono fermata, lo guardo fisso.
"Quindi è questo un ponte rotto", dico tra me e me.
Rompere un ponte. Che cosa significa?
Rompere i ponti. Come si fa?
E' che cos'è un ponte rotto? E' un ponte che non porta più da nessuna parte.
Avevo bisogno di saperlo. Di vederlo chiaramente, solidamente, davanti a me.

E' il 24 luglio 2007, e sono ormai tre mesi che non vedo più Z., che non parlo più con lei, che non so più niente della sua vita, di quello che fa, pensa, dice.
Abbiamo rotto i ponti, tre mesi fa.

Z. è stata una delle amiche fondamentali della mia vita.
Era una delle poche a sapere che oggi sarei stata qui, e ora non saprà mai se domani ce la farò.
E' strano pensare che non ci vedremo più, che non farà più parte della mia vita. E' strano pensare che a tutto quello che abbiamo vissuto insieme non seguirà mai nient'altro.
E' strano pensare che non terremo fede alle promesse, né a quella per il compimento dei nostri trent'anni, fatta quando ne avevamo diciassette, né a quella per la nostra vecchiaia, fatta a quindici (ci eravamo dette che da vecchine saremmo tornate a pranzare al Don C., in Costa Azzurra, dove mi ero fatta portare da mio papà, nel ferragosto di quinta ginnasio, per farle una sorpresa).
E' strano pensare che non conoscerà mai mio figlio, che non vedrà mai la mia casa.
E nemmeno io vedrò niente. Non saprò più niente.

La mia prima compagna di banco, conosciuta di vista sin dalle elementari e poi incontrata al liceo.
Quella con cui studiavo quasi tutti i pomeriggi, che sapeva tutto di me.
Come ho potuto?
Come ha potuto?
Come possiamo dividerci così, noi due?
Io sono davvero la parte peggiore di me stessa?
E lei è davvero così lontana da tutto quello che conoscevo?

Ecco che cos'è un ponte rotto, è questo.
Non porta più da nessuna parte. E noi non andiamo più da nessuna parte.
Io sono qui, incagliata, schiantata, e tu insieme a me.
Ognuna nel suo fiume, o forse nello stesso, ma lontane, separate, con un vuoto in mezzo così grande che se ci penso mi si apre una voragine dentro e cado giù.

Cado giù dentro me stessa, incapace di capire se è normale, una cosa così.
E' normale che un'amicizia finisca? Può finire? E' lecito?
Sono ferma su Ponte Fabricio, persa nel mio 24 luglio 2007, e penso di no, penso che non sia possibile, che io non sono normale, se a noi è successa una cosa così.
Un amore può finire, si sa. Ma un'amicizia no.
Può scemare, andare a morire lentamente.
Ci si può perdere di vista.
Ma decidere di perdersi di vista è una cosa diversa.

Tagliamo i ponti, chiudiamola qui, io non sto più bene insieme a te, perdiamoci di vista.
Ti ho voluto bene, ma perdiamoci di vista.
Con te, che non sei un'amica qualunque, con te, che non sei una persona come tutte le altre, non può scemare niente, e niente può andare a morire.
Siamo talmente concatenate, che solo decidendo di recidere i fili che ci tengono unite capiremo che è vero.

Sul Ponte Fabricio, guardando il Ponte Rotto, penso a quello che è stato il nostro ponte.
Il tempo intanto scorre e lo lambisce, e magari un giorno dimenticherò quanto e come sto male adesso.
Potrò dimenticare questo senso di vuoto terribile, la sensazione di essere schiantata, completamente schiantata?

Penso alle correnti, al fatto che insieme a Z. ho perso e deciso di perdere anche E., nostra compagna e sua coinquilina non appena si è iniziata l'università.
Era inevitabile. Ma noi tre, noi tre... Noi tre eravamo molte cose. Eravamo il banco condiviso, l’autobus per tornare a casa, i battibecchi, le risate, le scommesse, i dodici giorni vissuti a Berlino dopo la maturità. Noi tre eravamo Simba, Timon e Pumba (e chi facevo io? Il cinghiale, naturalmente. Avevamo anche un'altra versione che s'ispirava ad Aladdin, e qui io ero il Genio della lampada infiammabile e chiacchierone, Z. la scimmietta magra di Aladino, ed E. il Tappeto Volante. La versione Re Leone era comunque stata quella di maggior successo).

Nella mia visione, suddividendo vita e sentimenti in uno schema poetico, potrei dire che l'amicizia, l'amore e la famiglia sono rispettivamente la base, l'altezza, la profondità.
La profondità ti dice chi sei, fa riecheggiare le tue radici e la storia della tua persona dentro di te, sta sotto, al buio, al caldo, è inestirpabile, in qualunque caso.
L'amore ti innalza, ti porta su, perché quando siamo innamorati siamo il mondo, e lo sorvoliamo.
Ma l'amicizia è la base. Ed è grazie alla base che puoi stare in piedi. Senza base non si va avanti, senza base non è vita. Senza base a me non interessa sorvolare un bel niente.

Avevo allora e ho adesso amiche insostituibili, preziosissime, vitali.
Ma, come dice una delle più importanti: "Se ne manca anche una sola, in quel momento è come se mancassero tutte. Sei sola anche se non lo sei, perché hai un pezzo in meno".

In quel 24 luglio 2007 sono sul ponte e penso che non so come farò ad andare avanti, che un modo lo troverò, ma che ho paura di domani, perché quando l'esame sarà finito non avrò più niente da aspettare e potrò solo essere triste; magari sarò per sempre triste.

Sono passati quasi due anni da quel giorno, e due anni esatti da quando, tre mesi prima, vidi per l'ultima volta Z.
Non è stato così. Non è stato come pensavo quel giorno su Ponte Fabricio.
Io, che per molti mesi mi sono vergognata all'idea che una delle amicizie più importanti della mia vita fosse finita, all'idea della lite e della decisione di perdersi di vista, io che mi vergognavo perché pensavo che non fosse normale, e che le amicizie dovessero andare avanti per sempre, mi sono rialzata in piedi non molto presto, ma comunque prima di quanto pensassi.

Ho capito che, qualunque cosa succeda, non è il caso di vergognarsi, che si va avanti, che la vita ti sorprende quando meno te lo aspetti, e che, se anche c'è un posto vuoto,  con una buona base si ha sempre il modo di ripartire.
Ho capito che la base si può addirittura allargare.
Nessuno, però, prende il posto di nessuno.
Chi arriva può essere meraviglioso, e diventare un amico più grande di chi se n'è andato.

Ma chi se n'è andato, in qualche modo, rimane lì.
Roma ha altri ponti, tutti belli, tutti solidi, tutti affidabili.
Ma il Ponte Rotto rimane lì.
E' rotto, però non se ne va via con la corrente, resta fermo, non si dimentica.

Z. ed E., a voi che non  leggerete mai queste righe (e che peraltro nemmeno sapete che, un mese dopo quel 24 luglio 2007, ho creato questo blog color fucsia) io adesso scrivo ugualmente,  per dire a voce alta che non ho dimenticato.
So che tu E., se sapessi che scrivo, saresti fiera di me. Certe tue lodi sommesse e inaspettate hanno dato i loro frutti, vedremo ciò che ne sarà.
E Z., io ti sogno, a volte.
E nel sogno so che non siamo più amiche, eppure è come se firmassimo una breve tregua, tu mi parli e mi racconti, e lo stesso faccio io con te.
Roma ha i suoi ponti, ma in un modo o nell'altro, ci sei sempre anche tu.

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mercoledì, 25 marzo 2009

Conversazioni surreali sull'amore e altro ai tempi del liceo

Conversazione n° 1 - La prima volta dell'amico maschio (s'avevano circa diciassett'anni).
Amico B: "Sai, è successo, l'altra sera"
Sottoscritta: "Cosa?"
Amico B: "Come cosa, quello"
Sottoscritta: "Ah! Oddio"
Amico B: "L'abbiamo fatto"
Sottoscritta: "Quando?"
Amico B: "L'altra sera"
Sottoscritta: "Sei proprio uno stronzo!"
Amico B: "?"
Sottoscritta: "Avevi detto che mi avresti fatto uno squillo!"
Amico B: "..."
Sottoscritta: "Avevamo fatto un patto, io e te! Ci eravamo promessi che, quando fosse successo, ci saremmo fatti uno squillo!"
Amico B: "Vale se te lo faccio adesso?"
Sottoscritta: "No che non vale! Doveva essere subito dopo!"
Amico B: "Ah... Mi dispiace... Hai ragione, me ne sono dimenticato"
Sottoscritta: "Bravo, complimenti"
Amico B: "Scusami"
Sottoscritta: "Io te l'avrei fatto"
Amico B: "..."
Sottoscritta: "Beh... Pazienza. Sei uno stronzo, ma pazienza. Com'è stato?"
Amico B: "Uh, oh, ah... Ecco... Beh. Non so, sai? Mi aspettavo qualcosa di meglio. Nel senso... Tutto ok eh. Però lei era così... Non so dire come... Mi è praticamente saltata addosso. Non lo so..."
Sottoscritta: "Ah"
Amico B: "Però dopo non è stato male"
Sottoscritta: "Come dopo?"
Amico B: "Sì, dopo, nella doccia"
Sottoscritta: "..."


Conversazione n° 2 - Le avventure del giovane compagno di classe.
Compagno L: "Ho scritto un sms a una ragazza, le ho chiesto se si ricordava di me"
Compagne: (coretti vari) "Dai! E cosa ti ha risposto?"
Compagno L: "Sì, mi ricordo di te. Ma soprattutto mi ricordo del tuo culo".


Conversazione n° 3 - La mia prima non-sigaretta (un capodanno liceale in montagna; personaggi: sottoscritta, compagno Nicolò, compagno Alessandro; location: sotto un pino).
Compagno N: "Quando vuoi provare dimmelo, ma non fare come per la prima sigaretta-sigaretta"
Sottoscritta: "Cioè?"
Compagno N: "Eri ridicola. Tossicchiavi e non prestavi attenzione"
Sottoscritta: "Che palle"
Compagno N: "Che palle lo dico io. Questa volta, poi, la cosa è più seria. Muoviti, mettiamoci sotto il pino"
Sottoscritta: "Bene, sono pronta"
Compagno N: "Tieni, prendi, aspira bene"
Sottoscritta: "Sì, sto aspirando. Credo"
Compagno N: "Bene così, vai"
Compagno A: "Cosa fate lì sotto?"
Compagno N: "Fumiamo, perché? Vieni anche tu"
Compagno A: "No è che... Sotto quel pino io ci ho appena pisciato".


Conversazione n° 4 - Domande a bruciapelo in classe.
Compagno N: "Oh, state tutti zitti un attimo, devo sottoporvi una questione a carattere sociologico"
Classe: "..."
Compagno N: "Voi vi masturbate? Sinceri".


Conversazione n° 5 - L'annuncio dell'assemblea d'Istituto, unica occasione per noi pulzelle di vedere i rispettivi Oggetti dei Desideri per un'intera mattinata.
Rappresentante d'Istituto (entrato in classe ad ammonirci): "E insomma, vi vogliamo tutti presenti domani, si discuterà di temi della massima rilevanza, ormai la scuola italiana è allo sfacelo, il nostro liceo poi cade a pezzi, si sta pensando di picchettare la sede della Provincia..."
Amica Ciaki (sottovoce): "Tu come ti vesti?"


Conversazione n° 6 - Metafore e vita di coppia di una cara compagna di classe (personaggi: sottoscritta, compagna M, una comparsa).
Sottoscritta: "E allora, con M, come va, come va? Ti vedo occhi-a-cuore!"
Compagna M: "Bene, bene! Sì sì, innamoratissima, però..."
Sottoscritta: "Però?"
Compagna M: "Eh... Sai..."
Sottoscritta: "Che cosa c'è?"
Compagna M (sguardo eloquente): "E' che non siamo ancora riusciti..."
Sottoscritta (incapace di cogliere gli sguardi eloquenti): "Non siete ancora riusciti?"
Compagna M: "Sì, non siamo ancora riusciti (altro sguardo eloquente), sai... Ad andare al cinema"
Sottoscritta: "Ah!"
Compagna M: "Sì, non c'è ancora stato modo di... Anche per una questione di tempi... Lui poi ha sempre allenamento e torna tardi, arriva stanco"
Sottoscritta: "Beh ma... Non potete andare al secondo spettacolo?"
(La comparsa si allontana).
Compagna M: "Franci!!! Ma insomma! Il cinema era una chiara metafora!"
Sottoscritta: "..."
Compagna M: "Sì, una metafora! Non mi andava di dirlo davanti a Cosa!"
Sottoscritta: "Oddio, ho capito, ora ho capito! Abbi pazienza..."
Compagna M: "Ecco..."
Sottoscritta: "E insomma niente cinema? Non ancora?"
Compagna M: "No"
Sottoscritta: "Ma niente niente? Nemmeno un po' di tivù?"
Compagna M: "Nemmeno"
Sottoscritta: "Eh ma che noia!"
Compagna M: "Già".


Conversazione n°  7 - I soprannomi dati ai nostri Oggetti dei Desideri (s'era ancora al ginnasio).
Amica Ciaki: "Sai che la mia amica I. mi ha detto che frequenta abbastanza spesso degli amici, e tra questi amici c'è Snoopy"
Sottoscritta: "Oddio!"
Amica Ciaki: "Sì, e una sera lui ha riaccompagnato una di queste, e poi lei ha detto ad I, e lei l'ha detto a me, che insomma lui l'ha baciata e palpeggiata anche abbastanza, così, dal nulla!"
Sottoscritta: "Oddio!"
Amica Ciaki: "Ma appunto, è proprio un coglione. Lascialo perdere"
Sottoscritta: "Che vuoi che ti dica... Cercherò di ricominciare a pensare ad Icaro"
Amica Ciaki: "Fai bene"
Sottoscritta: "E tu con Casper? Come va ultimamente?"


Conversazione n° 8 - Le malmostosità del compagno M. di fronte al cicaleccio femminile.
Sottoscritta: "Hai visto Icaro sull'autobus, di recente?"
Compagno M: "No, non mi pare"
Sottoscritta "...Mhhh. Ma non lo prende più?"
Compagno M: "Boh"
Sottoscritta: "Sai cosa? Magari viene in macchina"
Compagno M: "E venga come cazzo vuole".


Conversazione n° 9 - In morte di Norberto Bobbio.
Professoressa di filosofia: "Oggi è una giornata un po' diversa..."
Classe: "Perché?"
Professoressa: "Ieri è morto Norberto Bobbio"
Compagna E: "Ah, è vero..."
Sottoscritta: "Davvero?"
Compagno M: "Insomma, un nostro collega è venuto a mancare..."
Amica Ciaki ad amica Meri (sottovoce): "Ma non bisognerà prendere appunti, vero?"

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lunedì, 09 marzo 2009

Momenti e felicità

S'era d'estate. Quest'estate.
S'era d'estate quest'estate io e la mia amica Ciaki sul Lungotevere.
Si discorreva amabilmente senza badare a nulla che non fosse lo stagliarsi dell'Isola Tiberina sul fondo del puzzle, quand'ecco che.

Quand'ecco dietro di noi due uomini camminar veloci, e uno dire all'altro: "Certo che queste donne..."

C'è qualcosa in questa voce
, mi son detta in un tempo così veloce ch'è stato prima di subito.
Era una voce che conoscevo, che avevo sentito più di moltissime volte, da sempre, in un tempo antico eppure semplice da ricordare.
Era una voce familiare, che avevo già riconosciuto una prima volta alla tv, vedendo finalmente in faccia il suo proprietario, e dicendomi anche allora: Ma questo so chi è, conosco la sua voce!

E così, lì, in quell'istante improvviso sul Lungotevere con la mia amica Ciaki, ho saputo esattamente, e subito, che viso avrei dovuto vedere voltandomi, se lui fosse stato veramente lui.

"Certo che queste donne..."
Non gli ho dato il tempo di finire la frase.
I miei pensieri hanno turbinato come ne ho scritto sopra, e in un secondo mi sono voltata, di scatto, guardandolo ad occhi sbarrati.
Nell'attimo in cui realizzavo di averci azzeccato, lui mi ha guardata altrettanto basìto, e ha detto: "No no, ma non mi stavo riferendo a voi!"
E io: "No no, è solo che... Ho riconosciuto la voce!"

C'è stato un guazzabuglio di passi e passetti, loro due ci han sorpassate, lui intanto ha fatto un mezzo sorriso imbarazzato, l'amico l'ha guardato e ha sorriso raggiante, abbiam continuato tutti e quattro a camminare, lui si è voltato e alzando una mano come a schermirsi ha detto: "Ma se io nella vita faccio il farmacista..."
Sempre camminando (e sempre tutti sorridendo, chi un po' e chi molto -come l'amico felice di vera felicità amicale-), io ho detto: "Certo, certo, come no... Caro Brandon!"
C'è stato un altro sorriso generale, senza che nessuno intanto avesse smesso di seguitare a camminare; poi ci siamo divisi, noi verso l'Isola Tiberina e loro non so.
Lui si è voltato un'ultima volta e mi ha detto "Ciao! Un bacio grande!"

Era Marco Guadagno.
Il doppiatore del Brandon Walsh di Beverly Hills 90210.

Conoscevo la sua voce sin dalle elementari, quando Beverly Hills 90210 era un cult stracult.
Ha fatto poi molto altro, ha recitato, e so che da poco ha diretto il doppiaggio di Frost/Nixon, ma per me sarà sempre l'inconfondibile voce di Brandon Walsh.

E' stato un bel momento.
Io sono stata felice. Pecco di superbia e aggiungo che sono certa sia stato felice anche lui.

Dopotutto, è questa la felicità: un momento passeggero di pura sorpresa, inaspettato e vagante come una mina, come i coriandoli, come uno scoppio improvviso.
La contentezza, la serenità, l'appagamento e l'allegria sono altra cosa.
Ma la felicità è come uno scroscio, è una doccia di due minuti, un gavettone emotivo.
Pam! Ti colpisce, ti fa la doccia, ed è subito passata.
E' un momento prezioso, un luccichìo, un pizzicore.

Tu, doppiatore, che vieni riconosciuto di botto in una serata vociante sul Lungotevere per aver detto quattro parole.
O tu, scrittore, che entri in un bar una mattina, ordini il caffè e una brioche vuota e intanto senti un ragazzo che dice a un amico una frase presa dal tuo libro, una frase che gli piace, una frase ch'è tua, con lui che aggiunge: "L'ho letta in un libro che ho finito da poco, se vuoi poi te lo passo,  e sai cosa, questo tizio è un dritto".
Te ne stai zitto, mangi la tua brioche vuota, bevi il tuo caffè in silenzio.
Poi esci dal bar ed esulti con un saltello, ti dici "Yò, sono un dritto", scansi la vecchietta che ti sta guardando storto senza capire, e te ne vai per la tua strada, felice.

Che momenti, certi momenti.
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mercoledì, 04 marzo 2009

L'eco dei cassetti

Se le persone fossero case, ognuno di noi avrebbe un discreto numero di stanze.
Avremmo una cucina, illuminata e vociante.
Un salottino da sistemare a piacimento, e so già che nel mio ci sarebbero pareti gialle e librerie.
Avremmo finestre aperte, tende mosse dal vento, coni di luce che si allargano sul parquet.
E letti soffici, mobili graziosi, qualcosa di lilla, qualcosa di azzurro.
Ci sarebbero amiche, biscotti nel forno, puntate di Sex and The City,  nello stereo Teho Teardo alternato a Madonna.

Se le persone fossero case, ognuno di noi avrebbe un discreto numero di stanze e, lontana da tutte le altre, una stanza buia.

Nella stanza buia ci sarebbe un armadio, e nell'armadio dei cassetti, e nei cassetti delle cose.
Cose tristi, cose mai dette, cose di cui ci si vergogna, cose portate con noi dopo delusioni e avvilimenti, cose che abbiamo dimenticato o abbiamo finto di dimenticare.

Se è vero che ognuno di noi ha un lato non necessariamente oscuro, ma perlomeno in ombra, allora ognuno di noi ha una stanza come quella, un armadio come quello, dei cassetti come quelli.
I cassetti dei tempi andati, delle frasi morte in gola, delle lacrime trattenute o versate sui cuscini come tante poverette.
I cassetti del lato che non mostriamo di giorno, quel lato che non mostriamo a nessuno, se non per poco, se non raramente, se non vergognandocene sempre tremendamente.

Le fragilità vanno nascoste, tenute a bada, lasciate nel cassetto, chiuse nell'armadio, dimenticate dietro la porta di quella stanza che non ci abbandona e che ogni tanto andiamo ad aprire per farci un po' male.

Nella stanza che ci fa male, nella stanza dove le cose vivono al chiuso, sono riposti anche fantasmi, ologrammi di persone, che la popolano in silenzio, vorticando nella quiete apparente di tutto ciò che non abbiamo dimenticato ma ci siamo imposti di barricare lì dentro.

Forse, un giorno, prenderemo uno di quei fantasmi e lo trascineremo fuori, al sole, in uno di quei coni di luce che dalla finestra aperta si allargano sul parquet.
Gli diremo di tutte le attese inutili, le speranze malriposte, le felicità buttate, le occasioni lasciate cadere miseramente.
Gli racconteremo di tutto il tempo che ci ha portato via.
Forse piangeremo ancora un po' sul cuscino, come povere sciocche patetiche ragazzette.
Ma sarà allora che il cono di luce si allargherà fino ad arrivare al muro del corridoio, fino a lasciar intravedere la polvere che danza in milioni e milioni di puntini, fino ad arrivare all'eco che abbiamo davanti, e a farla scomparire.

Non sarà un'eco a distruggere casa mia.
La mia casa è gialla.
La mia casa è forte.
La mia casa è mia, e tu non c'entri niente.
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giovedì, 05 febbraio 2009

Fenomenologia dell'Inspiegabilmente Figa

Questi son giorni sfaccendati, in cui mi aggiro incerta tra la finestra e la scrivania.
Non riuscendo a produrre nulla di più sensato per il mio povero blog, mi limito a dare conto di un piccolo fenomeno, che sta sorprendendo me e le mie amiche.
Si dà il caso che, in uno dei momenti sfaccendati di cui sopra, e spinta dal mio interesse sociologico (a tratti misantropico) per la fenomenologia che sta dietro a determinate questioni o a determinati esseri, io abbia creato un gruppo su Fèisbuc.
Su Fèisbuc si possono creare gruppi per qualsiasi cosa: da quello per gli estimatori della grappa a quello per gli scienziati del CERN, passando per il gruppo dei fan di Michelle Hunziker.
Mi sono cimentata un paio volte nella creazione: ho dato vita al gruppo del mio liceo, che riunisce allievi attuali, ex allievi e vecchie glorie (siamo ormai a quota 327 membri), e ad altre poche cosette, che col tempo sono anche decollate, ma che mai avevano riscosso successo enorme e immediato.
E' stata molta la mia sorpresa, perciò, nel creare poco meno di quarantotto ore fa un nuovo gruppo, mossa dai soliti quesiti sociologico-esistenziali, e di vederlo saltare, in così poco tempo, alla quota attuale (ma cresce ogni pochi minuti) di mille e settantaquattro membri.
Non posso pertanto non condividere sulla pagina fuxia la creatura che ha trovato così largo consenso, dato che evidentemente la piaga in oggetto è più diffusa di quanto pensassi.
Sono certa che tutti ne abbiano incontrata più di una sul proprio cammino, e che si chiedano ancora quale strano fenomeno sociale portasse con sè.
Ecco qui, direttamente da Fèisbuc.
L.I.C.L.I.F. Lega Italiana Contro Le Inspiegabilmente Fighe.
L'Inspiegabilmente Figa è la compagna di classe che alle medie tutti trovano bella, salvo poi accorgersi qualche anno dopo che non solo è totalmente sprovvista di grazia, ma che bella non lo è mai stata.
L'Inspiegabilmente Figa è la ragazza che al liceo cucca e trafigge ogni genere di maschio: il teppista le dedica graffiti, il baldanzoso le attacca bottone all'intervallo, il timido la guarda di sottecchi e sospira, il secchione inquietante le manda mazzi di fiori anonimi.
Tutti cadono nella sua rete, tutti, senza che le altre ragazze riescano mai a capacitarsi del perché.
Le Inspiegabilmente Fighe te le ritrovi da adulta, ovunque, sempre, comunque, perché infestano il mondo, ottenebrano il cervello dell'uomo medio alle medie e oltre, sono intorno a noi, come le ortiche, gli stivali bianchi, la peste bubbonica.
Le Inspiegabilmente Fighe sono le altlete osannate come bellezze anche quando più che brutte sono praticamente deformi (vedi foto).
Le Inspiegabilmente Fighe sono quelle donne che, solo perché ricoprono ruoli di potere e non sono brutte, stupiscono le masse per la combinazione delle due cose e vengono definite bellissime dalla stampa (Rachida Dati, per esempio, non è affatto bella).
Le Inspiegabilmente Fighe sono come la Signorina Silvani, tanto ambita da Fantozzi eppure agghiacciante.
Le Inspiegabilmente Fighe sono ingiustamente e incomprensibilmente sopravvalutate.
Le Inspiegabilmente Fighe sono imparentate con i Troioni da Combattimento e le Acque Chete: specie diverse, eppure tutte sorelle nella Congrega del Male.
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venerdì, 09 gennaio 2009

Londoner

In prima media, mia zia, appassionata di pittori fiamminghi, mi regalò un taccuino con un quadro di Vermeer in copertina.
Io, non avendo ancora sviluppato una passione fiamminga, non sapevo che farmene di codesto taccuino, così lo utilizzai per cimentarmi nel mio nascente hobby: scrivere poesiole.
Riempivo pagine e paginette con cazzate di varia natura, cielo nuvole e fiammiferi alla Kurt Cobain.
Tra tutti gli argomenti, però, primeggiava Londra.
Londra, perché io l'amavo di un amore grande e ardente, pur non avendola mai vista.
Ero convinta che fosse la mia città d'elezione, e che lì avrei dovuto vivere, una volta sciolte le catene e gli obblighi imposti dalla mia giovane età.
 
Dato che i miei discorsi erano un susseguirsi di Londra qui e Londra là, mio padre pensò bene, l'estate successiva, di portarmici in vacanza.
Nel luglio 1998, pertanto, a dodici anni e mezzo, atterrai per la prima volta su suolo britannico, andando in visibilio.
Il giorno seguente dimenticai la macchina fotografica in una cabina telefonica, e, quando, pochi minuti dopo, tornai indietro con mio padre alle calcagna, non c'era più.
Rimediai facendomi comprare una macchinetta usa e getta, che utilizzai esclusivamente per scattare una sciagurata serie di foto al Madame Tussaud's.
Amai molto i Kensington Gardens, a poche centinaia di metri dal nostro albergo,  dove ogni sera si andava a fare un giretto, disquisendo su papere e scoiattoli (padre) e gettando occhiate sgomente e compassionevoli alla residenza di Lady D (la sottoscritta).
Assistemmo, nella hall dell'albergo, alla partita dei Mondiali tra Francia e Italia: vinse la Francia, e non fui contenta.
Le mie lacrime però erano state spese tutte qualche tempo addietro, quando aveva perso l'Inghilterra: ricordo Sol Campbell furente, David Beckham a testa bassa, Micheal Owen sciolto in pianto, e io dietro a ruota.
Come ho già detto, Londra era la mia città, e di conseguenza l'Inghilterra la mia Nazione, nazionale compresa.
 
A Londra, dopo quella prima visita, tornai altre volte, sempre volendole bene.
Negli anni, però, l'amore folle che provavo nei suoi confronti, quell'inspiegabile senso di appartenenza dei miei dodici anni, la sensazione che fosse la mia città e tutto il resto, andarono scemando.
Il taccuino con il Vermeer in copertina è da qualche parte, nella mia scrivania.
Non m'interessano più né Lady D, né la nazionale inglese.
 
Da qualche tempo, tuttavia, Londra è tornata a fare capolino in una serie di discorsi e pensieri.
 
C'è Martina, figlia di amici di famiglia, che ha la mia età e vive a Londra da due anni, fa la ballerina.
Vive in una casa con altre otto persone, perché lì in una settimana si paga d'affitto quello che a Torino si paga in un mese.
Appena arrivata a Londra la detestava, si trovava malissimo, voleva tornare a casa.
Ora lei e quella pioggia perenne, lei e quella nebbia sottile hanno iniziato a capirsi e, forse, persino ad amarsi.
 
C'è Luigi, mio compagno di liceo, che dopo una triennale in Bocconi se n'è andato a Oxford, che non è Londra, però insomma, fa sempre il suo effetto, diamine.
 
C'è l'Osservatore Silenzioso (critico prediletto dalla blogger qui scrivente), che dopo la maturità andò a  stare a Londra per tre mesi, autoimponendosi una prova d'iniziazione all'età adulta.
Dopo qualche giorno d'incertezza in cui "non si guadagnava ancora niente, ma si spendeva e basta", trovò lavoro in un ristorante italiano, chiamato come un compositore e un aperitivo, che "di italiano aveva solo il nome, perché il cibo, beh, lasciamo perdere", dove era forse l'unico cameriere etero, ambito da colleghe, colleghi, e trentenni assatanate.
Viveva in una specie di camera rotante, dove sapeva di avere un letto, ma non sapeva di volta in volta chi avrebbe trovato come compagno di stanza.
Per un certo periodo pensò di rimandare il ritorno, ma poi  lasciò stare, perché l'inizio dell'università incombeva, e lui aveva delle responsabilità.
Di quei mesi a Londra porta con sè alcune considerazioni sulle reti sociali nelle città cosmopolite ("a Londra la solitudine del singolo individuo agisce da motore sociale"), l'amicizia con un ragazzo che girò con lui l'Inghilterra, e soprattutto il commiato della boss russa del ristorante, che ogni sera, quando lui smetteva il grembiule e finiva il turno di lavoro, lo salutava dicendo "Bài amore, si iù tumorro".
 
Londra mi manca, ultimamente.
Mi manca la città in sè, e mi mancano quei sogni che avevo, e che la riguardavano.
Vedevo me stessa in un appartamento, vedevo me stessa tornare a casa la sera da un lavoro in cui avrei scritto e ticchettato sui tasti di un computer (un bel lavoro, non un lavoro abbrutente), vedevo me stessa leggere, e guardare film, e bere latte col cioccolato.
Vedevo me stessa sola, o almeno sola per un periodo.
 
Mi riesce difficile pensare a qualcosa che non sia la casa romana, piccola gialla e piena di libri, che vorrei adesso.
Mi riesce difficile pensare a una me lontana da qui, dalla Città dei Sette Assedi, dove i miei sogni esistono ma sono avvolti dal torpore e dall'attesa di non so mai bene che cosa.
Mi riesce difficile credere che potrei starmene sola veramente, lontana dalla famiglia e soprattutto dalle amiche -per me forse l'unica risorsa irrinunciabile-, potendole sentire solo per lettera, via mail, al telefono.
 
Starei là.
Poi tornerei.
 
So che la verità dentro di me somiglia a quella casa a Londra, al godere della solitudine e della compagnia di me stessa, al lavare via i miei egoismi ascoltando per una volta solo la mia voce.
Credo che per riconoscerci, per non dare fastidio a noi stessi, per credere di poter essere davvero le persone che vogliamo, le persone che desideriamo far conoscere a chi ci ama e a tutti gli altri, un periodo di solitudine possa essere una cosa preziosa.
Andarsene, stare soli, pensare e capire di essere fortunati perché si ha qualcosa da cui si vuole tornare, e  poi tornare.
 
Ora che inizia un anno nuovo, lascio qui scritte alcune promesse (e non propositi, giacché i propositi si fanno a se stessi, mentre le promesse si fanno a qualcuno).
 
- Prometto a Ciaki che sarò più serena, e che presto mi vedrà di nuovo ridere, più spesso di quanto ho fatto ultimamente.
 
- Prometto all'O.S. che presto arriverà la seconda puntata delle Cronache dall'Olimpo, perché io non ho smesso di seguire i suoi consigli. So che i treni non sono facili da prendere insieme, e che non sempre se ne ha voglia. Ma so che in un qualche modo molto strano, molto sfuggente e molto suo, anche lui, in fondo, in fondo, se si guarda bene in fondo, un po' è affezionato a me. So di non essermi sbagliata, e so che ho ragione. O che un giorno, perlomeno, avrò ragione.
 
- Prometto a Giocagiò che le sarò più vicina, e che, anche se lei sa che latitante non significa  assente, latiterò di meno, perché le voglio bene.
 
- Prometto alla mia Surela che non ci perderemo mai più di vista, perché lei è l'unica persona  al mondo con cui sento di avere un legame di sangue anche se sorelle non lo siamo veramente.
 
- Prometto a M. di avere più cura per Mamo e meno per le torte, come lei giustamente mi ricorda di fare. Le prometto anche che saprò essere migliore di così, perché io non ho ancora finito di volerle bene, né ho intenzione di finire, mai. E poi lei lo sa, che dire che la penso sarebbe un controsenso, perché lei è sempre qui, con me, e mi parla e mi dice la sua anche quando non c'è.
 
- Prometto a Mamo che un giorno o l'altro sceglierò nuovi modi per arrivare.
 
- Prometto a me stessa di darmi una mossa.
 
- Prometto a me stessa di tornare a Londra, prima o poi.
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giovedì, 04 dicembre 2008

Secondo piano con ascensore

A Torino vivo in una stanza piccola, in una casa piccola, in un palazzo piccolo.
Vivo in una via che non è esattamente una passeggiata, anche se c'è chi ci passeggia munita di stivali bianchi e acconciature rococò.
Vivo in un posto dove ogni giorno è una retata, dove le macchine non sono parcheggiate ma sotto sequestro.

Vivo sopra un ristorante brasiliano aperto a tutte le ore, anche nei giorni che non compaiono sul calendario.
Vivo sopra un internet point indiano, che frequentavo parecchio fino a due anni fa, quando nella casa piccola del palazzo piccolo non era ancora arrivato il wireless: ogni giorno dovevo subire le urla riottose della figlia del proprietario, una bambina treenne da me ribattezzata "La figlia del Demonio", tanto stronza e scalmanata da essere probabilmente la reincarnazione di una qualche divinità indiana del Male Supremo.

Vivo vicino alla stazione, dove l'aria non è aria, ma gas di scarico.
Vivo in un posto dove la gente non conosce semafori, e ti asfalta con gioia, se solo ti attardi fino allo scattare del giallo.

Vivo in un palazzo abitato quasi esclusivamente da zitelle ottuagenarie, uniche utilizzatrici di un ascensore che funziona solo grazie ad una chiave che non possiedo, e ascensore che comunque non vorrei usare, visto che  grazie alle gentilsignore di cui sopra, come direbbe Margaret Mazzantini, odora di fica vecchia.
Vivo in una casa che sta di fianco a un bordello, e vicino ad un palazzo dove ogni giorno che Dio manda in terra qualcuno urla in una strana lingua, a intervalli regolari e per mezz'ora di fila.
Vivo attaccata all'appartamento di due tizi che copulano a notte fonda emettendo gemiti, latrati e grida a metà tra un esorcismo, la jungla, e la parodia di un film porno.
Vivo in una stanza che dà sul cortile, e so che, a qualunque ora io esca sul balcone, troverò sempre il mio dirimpettaio polacco affacciato alla finestra di fronte, forse perché è pazzo e crede di vivere in un film di Hitchcock, o forse perché è pazzo e basta e un giorno mi ucciderà.

Vivo però in una via che è poco distante dal parco, e anche se non ci vado mai perché non amo i parchi, so che il parco c'è e questo mi basta.
Vivo vicino a una via di cui non ricordo il nome attuale, ma so che fu "già via Pallamaglio", e siccome in via Pallamaglio visse Natalia Ginzburg da bambina, sono emozionata al solo pensiero.
Vivo quasi in pieno centro, anche se il mio quartiere è più simile al Bronx che a una parte qualunque di Manhattan.
Vivo a trecento metri dall'albergo in cui si suicidò Pavese, e ne vado malinconicamente fiera.
Vivo vicino alla Sinagoga, e allungo la mia strada di proposito, per passarci davanti, perché è così bella che vorrei piangere e mi trattengo solo per sobrietà sabauda.
Vivo e ho vissuto con amiche fondamentali, con cui ho legami enormi, e che sono senza dubbio la parte nobile di me (perché in fondo è proprio questo che sono gli amici veri: la nostra parte migliore).

So che un giorno scapperò lontano, e vorrò una casa piccola e gialla, piena di libri.
Intanto, però, vivo qui.
E anche se questo non è il posto che sceglierei per nessuna delle mie vite future, so che alla mia stanza piccola, e alla casa piccola nel palazzo piccolo, come a quasi tutto quello che c'è intorno, voglio bene.
Vivo qui, e per adesso va bene così.
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giovedì, 13 novembre 2008

Accidia e cadute d'amore

Sono indolente, accidiosa, piena di manie.
Non scrivo da giorni, perché ho sì cose da scrivere, ma son solo bazzecole.

Potrei dividere le notizie e gli accadimenti in punti chiari, in un pratico elenco, così da arrivare a scrivere un umile post senza dovermi più sentire in colpa perché trascuro anche il blog. 

Potrei dire che sono tornata dalla mia gaudente pettineuse per farmi tagliare il solito caschetto standard, ma lei l'ha tagliato very short, con mio grande disappunto.
Ora sembro un incrocio tra una tazzina da caffè rovesciata e Giovanna D'Arco ai tempi bui.
Potrei girare il remake di Amélie Poulain, se solo avessi la frangia: ne sarei onorata, ma continuerei a pensare di avere un taglio di capelli di merda.

Potrei dire che nel weekend appena passato ho guidato  molto, e a lungo, la Micra Bionda di mia madre, trovando già inserito nel lettore un cd degli Abba, senza avere la forza nè la voglia di toglierlo.
Alla fine del weekend ho inquietantemente scoperto di aver assorbito per osmosi tutte le canzoni, e ora mi piacciono gli Abba.

Potrei dire che una mia compagna di liceo partorirà un bambino chiamato Pietro tra meno di una settimana, e  che la cosa mi emoziona e mi sciocca.
Vorrei vederla con la pancia, ma non ne ho ancora avuto l'occasione e credo a questo punto che la vedrò quando la pancia non ci sarà più, e ci sarà già lui.
Ripenso ai giorni di scuola, al sabato pomeriggio, a quel Capodanno di prima liceo (classico, quindi terza superiore per i commoners) in cui siamo usciti tutti in strada e abbiamo corso a pinguino, con i pantaloni calati, gridando "Auguri!"
Ripenso al soprannome che le ho dato in seconda, perché lei somiglia davvero alla Caterina di De Gregori.
Tra poco sarà madre, e la vita farà una svolta.
Lei prenderà il volante, farà una curva a gomito da cui non si può tornare indietro, e dall'altra parte ci sarà Pietro.
Un po' la invidio, perché la mia vita è un rettilineo pacifico, a tratti divertente, ma pur sempre adolescenziale.
Compirò 23 anni il 23 novembre, e ancora non posso definirmi adulta.
So che probabilmente anch'io un giorno svolterò la mia curva a gomito, e dietro mi aspetterà un bambino chiamato Carlo, di cui posso già vedere gli occhi lunghi e scuri.
Non adesso, questo non lo vorrei.
Ma pensare a lei, alla pancia, a Pietro e alla curva, mi emoziona e mi sciocca.

Potrei dire che sto bevendo troppo tè, e che, finito l'infuso al miele e limone, mi accontento di quello alla pesca.

Potrei dire che non so se mi sia successo com'è successo a Claudia, che ascoltando una canzone molto trash dei Gipsy Kings da Tower Records a Londra ha alzato lo sguardo, l'ha visto e ha pensato: Merda, è lui e non c'è via di scampo.
So che per certi versi è tutto molto sciocco, ma so anche che per il precedente non avevo mai pensato nulla di simile, perché credevo più alle speranze che alla realtà, e in fondo l'avevo capito subito.
Adesso invece crederci è semplice, perché non devo fare sforzi.
Niente ha molto senso, in verità, ma ho riconosciuto la sua faccia, e in effetti ho pensato Merda.
E se Merda significa amore, forse vuol dire che ci siamo.
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lunedì, 20 ottobre 2008

Il mio regno per un Tommaso

Il primo giorno d'università, sbarcata a vivere a Torino dalla provincialissima Città dei Sette Assedi, conobbi Tommaso C., alla lezione di Storia Romana.

Di lui sapevo tre cose: era adorabile, aveva gli occhiali, e come me studiava Storia.
Il mio fido compagno di liceo Nicolò, che seguiva con me Storia Romana, l'aveva battezzato Faccia a Mattone, e ancora adesso non ne capisco il perché.
Comunque, a me piaceva molto.

A dire la verità scoprii che si chiamava Tommaso C. solo a fine gennaio, quando alzò la mano all'appello d'esame (prima d'allora mi limitavo a chiamarlo anch'io "Faccia a Mattone").
Ricordo che m'infilai subito nell'aula accanto, accesi il telefonino e chiamai le mie amiche, dicendo giuliva "Ho scoperto come si chiama!!! Si chiama Tommaso C.!"
Avevo diciannove anni e due mesi, ma ero ancora abbastanza cretina.

Tommaso C. seguì poi con me anche Storia Greca, senza che comunque si riuscisse mai ad avere un qualche contatto, anche perché lui se ne stava sempre con un tizio e una tizia, e io ero ostaggio di un altro compagno di corso, D. detto Metallo, con cui ero diventata amica e con cui seguivo le lezioni.

Anche D. detto Metallo, come il mio amico Nicolò, non aveva molta simpatia per Tommaso C., e mi diceva "Ah, io non so come ti possa piacere".
A me però non interessava il suo parere, nè quello di nessun altro.
Tommaso C. mi piaceva da pazzi, punto.

All'inizio del mese di marzo, in modo semi-illegale, io e la mia amica Ciaki scoprimmo una serie di cose: Tommaso C. era di Torino, e abitava di fianco alla Gran Madre (per i non torinesi: la Gran Madre è LA chiesa di Torino, una chiesa mitica, affacciata sul Po e ai piedi della collina), che è un po' come dire che se fosse stato di Roma avrebbe abitato di fianco a Castel Sant'Angelo.
Aveva fatto il liceo classico, era un campione di canottaggio, e aveva gareggiato nella nazionale juniores.
Soprattutto, però, scoprimmo che era nato il 23 marzo.

La cotta per Tommaso C. mi faceva sentire sempre allegra, e quel marzo fu magico: scoprii che il Po, alle nove del mattino, prima della mia lezione di Letteratura Americana, luccicava in modo speciale, e che Torino col cielo terso è una delle visioni più belle che si possano avere nella vita.
A Palazzo Nuovo (nome gergale del palazzo delle facoltà umanistiche) c'era l'occupazione studentesca, e anche se da matricola spaurita quale ero non partecipavo, ricordo il clima divertito e molle, e soprattutto il terribile odore di cipolla che dall'atrio saliva fino al primo piano, dove io, proprio all'ora di pranzo, seguivo Civiltà Greca.

Alle nove della sera del 22 marzo, vigilia del compleanno di Tommaso C., me ne stavo in camera  meditabonda, mentre la mia amica Meri studiava una dispensa di biologia.
"Meri, domani è il compleanno di Tommaso"
"Uh, già, cavolo"
"Che cosa potrei fare?"
"Che cosa vorresti fare?
"Vorrei compiere un gesto un po' folle, un po' inutile, un po' romantico. Un po' da Amélie".

Lasciai Meri allo studio delle cellule, e andai dalla mia amica Martina, che guardava la tv.
"Marti, domani è il compleanno di Tommaso"
"Ah, è vero!"
"Vorrei compiere un gesto un po' folle, un po' inutile, un po' romantico. Un po' da Amélie".
"Che meraviglia! Per esempio?"
"Per esempio domani è mercoledì. Io seguo Critica Dantesca in aula 1, dalle otto alle dieci del mattino"
"Eh"
"E lui segue Letteratura Spagnola nella stessa aula, dalle dieci a mezzogiorno!"
"Ah!"
"Palazzo Nuovo è occupato. Quindi in teoria si potrebbe entrare anche adesso, anche se sono le nove e mezza!"
"Fantastico! Io ti accompagno!!!"

Così partimmo, io e Martina, senza sapere che quel momento avrebbe sancito in maniera indissolubile l'inizio della nostra amicizia.
Prendemmo il bus 61, scendemmo in via Po, e dopo poco varcammo la soglia di Palazzo Nuovo, occupato e infatti ancora aperto.

Silenzio.
"Dove saranno tutti?"
Erano nell'aula 2, a vedere un film coreano.
"Meno male che non sono in aula 1!"

Entrammo nell'aula 1, illuminata e deserta.

L'aula 1 aveva trecento posti, e lavagne gigantesche.
Quello che stavo per fare l'avrebbero visto seicento persone entro mezzogiorno, e tuttavia non era un atto coraggioso, poiché forse sarebbe stato più logico presentarsi.
Siccome però non avevo intenzione di presentarmi spontaneamente a Tommaso C. nè il mattino successivo nè mai, quella notte presi un gesso e andai alla lavagna.

(Ci sono due fotografie a testimonianza del racconto che seguirà, ma rimarranno ostaggio del mio archivio).

Arrivai sotto la lavagna gigante e mi misi in postazione.
Presi il gesso e iniziai a scrivere, in alto a destra, la data del giorno dopo: 23 marzo 2005.
Poi, al centro della lavagna, in caratteri enormi, calcati e ripassati, scrissi "AUGURI TOMMASO!".

Feci un balzo e corsi in cima alle scale, per guardare la lavagna dall'alto: la scritta si vedeva perfettamente.
Temendo che il professore potesse cancellare i miei auguri, o sciverci accanto, prendemmo tutti i gessi e il cancellino, e li buttammo in un cestino della spazzatura vicino all'aula.
In ogni caso, il mattino dopo sarei stata a lezione in quella stessa aula due ore prima di Tommaso, dalle otto alle dieci, e avrei potuto monitorare la situazione.

"Che meraviglia, è una cosa fantastica!" disse Martina.
"Mamma mia, chissà che faccia farà!!! Io dopo Critica Dantesca me ne vado, non voglio rimanere alla sua lezione! Se rimango mi becca, sa bene che non seguo Letteratura Spagnola... Però Nicolò segue la sua stessa lezione, potrei chiedergli di guardare e riferirmi! Sì sì, farò così!" dissi io.

E feci così.
Spiegai la cosa a Nicolò, che sentenziò: "Oddio, davvero? Che cagata!",  ma acconsentì a monitorare il tutto al posto mio.
Scrissi sms a un buon numero di amici dicendo "Ragazzi, non sapete che cosa ho fatto! Appena ci vediamo vi racconto!"
Andai a dormire emozionatissima.

Il giorno dopo, Tommaso C. non era a lezione.
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martedì, 14 ottobre 2008

Un'allucinata e surreale playlist

E' da una vita che ho in testa la mia surreale playlist.
Al mare, con la mia amica Ciaki, prendevo pazientemente nota su foglietti volanti, succhiavo linfa vitale dal suo iPod e dal mio barbaro mp3 Creative, per non lasciarmi scappare le canzoni.
Non sono le canzoni che preferisco, ma sono titoli che ho da sempre nel mio immaginario, note sulle quali costruirei l'inizio di un film o la sua scena madre, note che accompagnano momenti, parole che ispirano, canzoni che non potrebbero farmi venire in mente nient'altro che quel che riporterò qui sotto.
In quest'insieme eterogeneo di titoli ci sono quattro bozzoli di altrettante sceneggiature (non li segnalo, ma non è difficile indovinare), con un loro perché ben definito nella mia testa.
Tutto il resto sono immagini allucinate, il volto delle sensazioni provocate dalle canzoni, la foresta dell'immaginario, la trasposizione in parole dell'unica cosa che m'ispira una determinata canzone.
Perché una canzone può parlare chiaro, e palesarti il suo mondo chiedendo solo che tu sia abbastanza sveglio per potertelo raccontare così come lo avverti.
Canzoni buffe per idee buffe. Altre meno. Altre ancora per niente.
In alcuni casi, solo consigli sul modo migliore per mettersi in ascolto.
Paesaggi, stranezze, felicità.
Per chi vorrà, anche spunti da cercare, o scaricare.

Ebbene, che la playlist abbia il suo via.

- Per convincere un'amica a compiere un'impresa folle e coraggiosa, per darle la carica quando dovrebbe sfoderare carattere e romanticismo, e prendersi ciò che le spetta:
Just say yes - The Cure

- Per bere tè in una cucina inondata di luce, in una casa sui Navigli, piena di libri e piccole felicità:
I gatti lo sapranno - Lalli

- Per sbattere i piedi a terra così velocemente da entrare in orbita:
Juicebox - The Strokes

- Per ballare un lento conturbante, in un fumoso ed equivoco bar di Caracas o di Non-importa-dove, con quel gran tocco di filetto che è Marco Travaglio:
La canzone che scrivo per te - Marlene Kuntz

- Per scendere la scalinata di Piazza di Spagna intabarrata in un vestito di taffettà rosa, le braccia levate al cielo e l'aria eterea, e fare il bagno nella fontana della Barcaccia, riempita per l'occasione di svariati ettolitri di J'adore:
Pensiero stupendo - Patty Pravo

- Per fare il barman acrobatico in un locale di bassa lega,  gettare cocktail alla folla in delirio direttamente dallo shaker, alla maniera del Tom Cruise anni '90, e intanto eseguire una coreografia ballata sul  bancone insieme ai due buttafuori, di cui uno rasta e l'altro completamente tatuato:
John the revelator - Depeche Mode

- Per compiere una rapina a mano armata in un qualche punto perso nell'interspazio, camminando al rallentatore e sentendosi fantascientifici, con molto bianco intorno:
Never Win - Fischerspooner

- Per attaccare rissa con una rivale in amore, imitando il tuo compagno di liceo Luigi che, litigando per i turni di filosofia durante un'assemblea di classe, attaccò briga con il compagno Giorgio e, quando ormai sembrava aver perso il match, indietreggiò, si abbassò, prese la rincorsa e diede all'altro una testata in pieno stomaco, a mo' di toro impazzito:
Somebody told me - The Killers

- Per muovere le mani a casaccio dalla cima di una montagna fingendo di generare maree, sentendosi un po' Dio e un po' quel topo che voleva conquistare il mondo nel cartone intitolato "Il Mignolo col Prof":
The switch - Planet Funk

- Per entrare in un bosco, in una notte violacea.
Per vedere i rami animarsi ad un tratto, e suonare violini, mentre un violinsta vero, umano, esce dall'acqua di un lago senza lasciare dietro di sè increspature, e si guarda attorno, e si chiede attònito che fine farà, in quel bosco di alberi violinisti.
Lullaby - The Cure

- Per tornare a quelle mattine dei tuoi quindici anni, in vacanza studio in un college inglese, quando Simone B. attaccava la musica a palla alle 7, batteva una serie di colpi sulla parete che divideva la tua camera e la sua, e ti svegliava con questa canzone:  
Ti prendo e ti porto via - Vasco Rossi

- Per avere la prova che la bellezza per errore di cui parla Kundera esiste, e può sorprendere (si consiglia l'ascolto durante un tragitto in autobus):
Electrical storm - U2

- Per sfrecciare sulla West Coast, e ridere molto, su una decappottabile anni '50, negli anni '50,  con un foulard in testa perché siamo tutte un po' Jackie O'.
The Heinrich maneuver - Interpol

- Per starsene in panciolle sulla riva del fiume, con il sole negli occhi e una mano davanti al viso, sorridendo e godendosi il bel tepore che c'è nell'aria, perché -accidenti- è primavera: 
Voglio una pelle splendida - Afterhours

- Per far ballare tutti, ma proprio tutti, ad uno sfarzoso matrimonio con sposo inglese, inglese del Kent:
Starz in their eyes - Just Jack

- Per sentirsi un po' romantici:
Dice - Finley Quaye + William Orbit (remixed and extended version)

- Scenderai la scalinata, pallida, nel tuo vestito nero.
Sarai ancora bella, nonostante tutto, e fiera, nel tuo incedere lento.
Scenderai, sperando intanto che lui possa cambiare idea, che decida di salvarti.
Lui, però, non lo farà.
Tu hai cambiato la sua vita, e il corso della storia.
Gli hai dato una figlia con i capelli rossi che diventerà regina, e poi leggenda.
Non sai che ne sarà di Elisabetta.
Mentre il boia declamerà la tua sentenza di morte, pregherai per lei e per te stessa.
Raccomanderai la tua anima a quel dio protestante che, insieme a te, ha reso l'Inghilterra per sempre diversa.
Il tuo nome è Anna Bolena, e tra poco verrai decapitata:
Storm - Craig Armstrong

- Va bene, tuo cugino a 11 anni e mezzo (l'anno scorso) ha sentito Another break in the wall e ha sbarellato di brutto, inaugurando la sua fase musicale post - Zecchino d'oro con i Pink Floyd.
Tu forse eri meno nobile, ma è pur sempre vero che in prima media, quando ancora le tue compagne conoscevano solo le Spice Girls, hai chiesto come regalo di compleanno il doppio cd live degli Aerosmith.
E questa, ancora oggi, è capace di tirarti su come nient'altro:  
Dude - Aerosmith

- Per un placido momento di quiete, in una casa di campagna o -meglio ancora, se è possibile- sul balcone della casa marittima, affacciato sulle colline che stanno dietro ad Alassio.
Ah, questo sì che è amore.
(Si consiglia un'accurata manicure per potersela tirare all'arrivo della frase "Vorrei cantare il canto delle tue mani". E magari una passata di smalto rosso, che farebbe sentire più faiga anche Pina Fantozzi).
Vorrei - Guccini

- Genova, mattinata chiara d'estate.
Sei in bici, tuo padre è morto, tu ancora non te ne capaciti.
Stai andando all'apertura del testamento.
Tra poco meno di un'ora scoprirai di avere una sorella, e saprai che tuo padre aveva una vita parallela, con un'altra casa, un'altra figlia, e un'altra madre per questa figlia.
Tua madre sapeva. Sua madre sapeva. Voi no.
Ti dirai che non sarete mai sorelle, mai e poi mai.
Un giorno però la vedrai bere il caffè, e ti accorgerai che tiene la tazza esattamente come te, che a tua volta la tieni in mano come solo tuo padre faceva.
Capirai che l'esser sorelle passa anche attraverso le somiglianze più inaspettate, e nella familiarità commovente che si può cogliere in un'estranea, e nel suo modo di bere il caffè.
Ma adesso non lo sai, sei ancora in bici, e non sai niente di quel che succederà di lì a poco.
Genova, mattinata chiara d'estate, il mare luccica e fuoricampo si sente questa canzone:
Why can't I be you - The Cure

- Nell'altra vita, quella precedente, quella in cui volevo fare del teatro il mio mestiere, avevo un sogno nel cassetto.
Non era un musical, perché io odio i musical.
Era un'opera rock, dedicata a Battiato, recitata sulle sue canzoni.
Alla fine, con un turbinìo arancio di luci dall'alto, Battiato sarebbe salito sul palco, su questa canzone, e il teatro sarebbe caduto per lo scrosciare di applausi (rivolti, ovviamente, al Maestro): 
Il ballo del potere - Franco Battiato

- Se Mina ti fa cagare, ma pensi che questa canzone ne valga assolutamente la pena:
L'importante è finire - Sikitikis

- Se anche tu, al liceo, ti sentivi parte di una famiglia, e volevi bene ai tuoi compagni come se fossero  fratelli. Se ti rendeva felice sentirti parte di quel NOI, e non sai se riderai mai più come allora. Se fare squadra per te ha molto, molto senso, e sentirti partecipe di un tutto ti dà più soddisfazione:
Hey Negrita! - Negrita

- Per guidare verso il mare, o verso una cosa bella, e sentirsi super-power:
Radio nowhere - Bruce Springsteen

- Per sposare un elfo:
Hoppipolla - Sigur Ròs

- Come ogni torinese o torinesofilo sa, i Murazzi del Po sono un'istituzione, un luogo poetico sul finir della notte, lo scenario magico che odora di fiume.
Torino è qui, in queste viscere pulsanti e radioattive.
C'è sempre bisogno di una canzone per scendere ai Murazzi, anche solo mentalmente, e sedersi lì, sulla tua panchina, ad aspettare il giorno.
Questa è la canzone che uso io, perché per me è piena d'affetto, e ai Murazzi non si può non voler bene:
Il mio DJ - Subsonica

- Io non faccio jogging, non vado a correre.
Ma SE facessi jogging, non sarebbe per la forma fisica.
Andrei a correre per allenarmi in vista di una corsa più grande, più importante.
Andrei a correre per prepararmi alla mia corsa del secolo, mia e solo mia.
Questo perché credo che ognuno di noi, un giorno, potrà avere un valido motivo per mettersi a correre dalla felicità.
Può esserti appena nato un figlio mentre sei dall'altro capo della città (in questo caso si  tratterà di un tu padre, evidentemente). E allora che fai? Corri.
Puoi aver ricevuto la notizia più bella della tua vita. E allora che fai? Corri.
Puoi avere appena scoperto di esser stato preso. Sì, prendono dieci persone, all'esame eravate in duecento, scorri l'elenco col dito senza quasi osare guardare, all'improvviso il dito si ferma e sotto c'è il tuo nome. E' fatta. Ce l'hai fatta. E allora che fai? Corri.
Corri via, corri altrove, corri ad avvisare qualcuno.
Corri di felicità.
E io so che in quel momento ti accompagna una canzone.
Parte piano e poi esplode, te la canti tu nella tua testa, e te la canta la città che ti sta intorno, te la canta l'asfalto spaccato dal caldo, te la cantano i muri, e tu corri, e intanto ridi di un riso silenzioso e irrefrenabile, e non ti bastano le orecchie per fermarlo, quel sorriso. Sorridi dentro, sorridi tutto, sorridi ovunque.
E c'è la tua canzone.
La mia, quando succederà -perché succederà-  sarà questa qui:
Lift me up - Moby

- Quando sei malinconico, ma non triste; quando sei allegro, ma di un'allegria sommessa.
Quando vuoi goderti le minuzie della vita, comprare una zucca per Hallowe'en, camminare trotterellando, sentirti un po' parigino anche se non puoi andare a lanciare sassi sul canale Saint Martin:
La valse des Monstres - Yann Tiersen

- Soffri pene d'amore infernali e dolorosissime, che ti spezzano e dilaniano il cuore e poi lo buttano in pasto a quattro cani che passano di lì.
Ciononostante, non vuoi perdere il tuo aplomb:
Goodbye my lover - James Blunt

- Vivete insieme: tu, la tua amica single e incinta lì lì per partorire, e il vostro migliore amico gay.
Lei ha letto da qualche parte che un cantante di cui non ricorda il nome è diventato da poco papà, e  che suo figlio è nato -così dice lui nell'intervista- sulle note di Mambo number five, quella canzone idiota di Lou Bega che diceva "A little bit of Monica in my life, a little bit of Erica by my side, a little bit of Rita's all I need" eccetera eccetera, perché in sala parto c'era la musica a palla.
Lei ride divertita al pensiero di una povera puerpera che debba dare alla luce il pupo sulle note di un tormentone estivo trash come Mambo number five.
E ridendo proclama a gran voce "Oddio, io non potrei MAI partorire in una situazione del genere, sarebbe così ridicolo, ma ci pensate? La musica a palla in sala parto? C'è da morir dal ridere!"
Sempre per scherzo, provate ad ipotizzare, in base al calcolo delle probabilità sugli ultimi tormentoni estivi, quale canzonetta potrebbe toccare in sorte alla vostra povera amica primipara,  andate a dormire ridendo convulsamente, e non ci pensate più.
Qualche tempo dopo, però, si rompono le acque. E arrivano le doglie.
Quella sera il bar sotto casa ospiterà una festa di laurea, fervono i preparativi, e il DJ sta selezionando la musica.
Si rompono le acque, dicevamo. E arrivano le doglie.
E insieme alle doglie, parte una canzone.
Sul primo gridolino della tua amica-single-incinta-lì-lì-per-partorire, dal bar di sotto sparano a palla QUELLA canzone.
"E' uno scherzo?" grida lei, ma non c'è tempo, bisogna scendere in strada e correre all'ospedale.
La macchina ha le ganasce, nun se po' parti'.
"Chiamiamo un taxi! Taxi!!!"
Arriva il taxi, la mamma sale, tu sali, sale anche il migliore amico gay.
Il taxista ha la radio accesa e alla radio cosa c'è? Sì, sempre quella canzone.
"Non ci credo, non  è possibile, non voglio fare la fine della mamma del Mambo number five!"
Ospedale.
Tutto tranquillo, per ora.
Sala parto, niente musica.
Entra la ginecologa, entra l'ostetrica, la mamma inizia la sua respirazione-da-parto, tu sei lì, migliore amico gay anche.
E' in quel momento che la ginecologa dice all'infermiera "Marinella, la radio!", e la mamma fa "No!" e la ginecologa "Sì sì, invece, non no, deve spingere, su!"
E, sì, la radio viene accesa, e nella sala parto fa irruzione molesta la solita canzone, quella che, per ridere, avevate immaginato prendesse il posto di Mambo number five nel vostro parto.
Così, oltre al bambino nato su Mambo number five, ci sarà una bambina nata su:
Umbrella - Rihanna

- Per scrivere la lista della spesa in un pomeriggio di giugno, e aggiungerci i limoni solo perché fanno allegria:
27 aprile - Il Nucleo

- Per camminare col naso rivolto alla luna, fare un giro intorno a un lampione e poi sedersi su una panchina, sentendo che tra poco nevicherà:
Natale - De Gregori

- Mentre si torna a casa alle prime luci dell'alba, in pace col mondo e con se stessi, e si vede il sole salire su:
Perfect - Smashing Pumpkins

- Si alza il sole su Roma, è una bella mattina nuova di primavera.
Panoramica su Piazza di Spagna, Tridente, Piazza del Popolo, si vede tutto dall'alto, scorre veloce.
Si passa su Fontana di Trevi, bizzarramente inondata di luce arancione, come il palazzo che le sta accanto.
Scorre tutto, in rapida successione.
Si alzano le serrande delle botteghe, e Roma con loro.
Corri, ma adesso si tratta di semplice jogging, è una corsa mattutina.
Attraversi il Giardino degli Aranci, lassù vicino a Piazza dei Cavalieri di Malta.
Entri di buon passo nel bed and breakfast della tua famiglia, anche se famiglia è dire un po'  troppo, perché con tuo fratello quasi non ci parli e tua madre se n'è andata anni fa.
Ma c'è tuo padre, e poi c'è tuo nonno.
Entri e intanto la radio passa la canzone che avevi in testa mentre correvi, e tu questa canzone la ami, perché è la preferita di Gramellini, e Gramellini è il tuo preferito.
Ah, a proposito, tuo padre è Carlo Verdone, e tuo nonno Arnoldo Foà.
In the name of love - U2

- Una volta, sul sito dei Subsonica, fecero un sondaggio, chiedendo a noi fan quale fosse la frase più bella di tutte le frasi di tutte le canzoni dei Subsonica.
Io scrissi "Ti sto cercando per ritrovare tutto il possibile del mondo", tratta da Il cielo su Torino.
Un ragazzo che scrisse poco dopo di me, diceva invece che la frase più bella, e più divertente, e più assurda dei Subsonica era "Ti guardo che mi guardi, non so se salutarti", da Strade.
Aveva ragione, è straordinaria.
Racchiude la vitalità e la gioventù e la carica speciale di quelli che erano i Subsonica sul finire degli anni novanta. Se Microchip Emozionale è la summa della loro musica, Strade è l'incrocio di vie intricate e anomale, è un'esplosione allegra e confortante, è la prova della complicità che c'è tra i cinque.
E' bellissima. E, dal vivo, lo è ancora di più.
Ricordo che la ascoltai per la prima volta proprio in concerto, senza mai averla sentita prima.
Ti guardo che mi guardi, non so se salutarti.
La carica vitale di quella canzone mi ha catturata subito, e non mi ha lasciata più.
Perciò sì, ecco qui:
Strade - Subsonica

Editato da: Pellys. And the clock said 01:34 | link | commenti (11)
Segnalibri: musica, genova, subsonica, the cure, sperimentazioni, de gregori, cugino, bizzarrie, murazzi, giungla nord, donna prolissa, amica ciaki
MAIL: pellys@splinder.com
martedì, 23 settembre 2008

Cronache dall'Olimpo, prima puntata: PALLADE ATENA

PREMESSA

Da un po' di tempo penso che ci dovrebbe essere un'evoluzione, in questo mio blogghereggiare.
Scrivere a spizzichi, di momenti e amenità, non va più bene.
Ho amato le chiacchiere sulle torte che sapevano di piede, e le disquisizioni sulle unghie dell'uomo ideale.
Ma non so se è veramente di questo che voglio scrivere.
Non avevo un'idea precisa sui connotati da dare a questa rivoluzione scribacchistica, ma c'erano due certezze:
- bisogna continuare a scrivere, e farlo sempre;
- torte, unghie, treni, aneddoti e malinconie possono restare, non sono bandite per sempre, ma vanno alternate con una sostanza, o almeno una mezza sostanza.
Che lo scrivere abbia un senso. Non sempre, ma per la maggior parte del tempo.

In questo, come spesso accade, mi è venuto in aiuto l'Osservatore Silenzioso.
Snobba quasi tutto ciò che riguarda internet, Facebook gli provoca l'orticaria, fa spallucce su My Space, e si chiede che senso abbiano i blog.
Ma legge.
Mi legge (non so quanto, ma pare che ogni tanto entri in punta di piedi e si guardi un po' intorno).
E soprattutto esprime il suo parere.
Raramente, in verità.
Quando lo fa, però, ci azzecca.
Si siede, o è già seduto, si fa serio e dice.
Assesta le sue stoccate, butta lì un complimento en passant, muove critiche garbate con fare cipiglioso.
Perché proprio non capisce questo mio amore per il blog.
Tra le molte cose della sua vita quotidiana, però, ogni tanto passa, e a volte, in separata sede (e mai quassù, percarità, perché "Scripta manent"), mi dice la sua.
Lo ringrazio, perché dice poco, ma il suo poco è sempre saggio e sensato.

Qualche tempo fa, per esempio, ha messo in moto parte della rivoluzioncina che meditavo.
Se io voglio scrivere, non capisce perché debba mettere in fila amenità, una volta su quest'argomento e una volta su quell'altro, senza continuità, senza uno schema, senza un'idea. Così ha detto.
E poi ha detto "Dovresti scrivere a puntate".
Quando si tratta di blog è come un oracolo della Pizia: di poche parole.

Ci ho pensato, e ripensato.
La rivoluzione piccola piccola era in potenza, ora è in atto.
Scriverò a puntate.
Non sempre, perché i cambiamenti mi destabilizzano.
Chi cerca torte e cazzate, si accomodi, perché ne troverà ancora. Ma, tra un'amenità e l'altra, ci saranno le puntate.
Ho capito subito di che cosa avrei scritto, nelle mie storie a puntate: di una cosa certa.

Ho poche certezze incrollabili nella mia vita:
a) la mia amica Martina ha sempre ragione;
b) parlo bene l'inglese;
c) qualunque mito greco tu voglia sapere, ecco, io te lo posso raccontare.
Non divulgherò i preziosi e personalissimi consigli di Martina, né darò lezioni d'inglese.

Prenderò il bagaglio di passione che ho in testa dalla seconda media e lo riverserò su questa pagina fuxia.
Non credo che l'Osservatore Silenzioso avesse in mente proprio questo, quando parlava di scrivere a puntate, comunque ho deciso.
Parlerò degli dèi dell'Olimpo, uno per puntata.
Li racconterò a modo mio, filtrati dall'affetto e dalla profonda simpatia che provo per loro (non tutti), dopo anni di conoscenza e frequentazione assidua.
 
L'Olimpo: questo avrà il blog nelle mie storie a puntate.
L'Olimpo, coacervo di passione e viltà, di forza e disperazione, luogo ch'è metafora della vita.
 
La prima puntata racconta di Pallade Atena.
 
Prima d'iniziare, i necessari ringraziamenti:
- all'Osservatore Silenzioso, inconsapevole d'essere il più saggio consigliere di questa scribacchina;
- alla Grecia, per le storie che racconta quando tira vento;
- a Teresa Buongiorno, storica e scrittrice, che mi ha insegnato quasi tutto quello che so;
- ad Omero, aedo cieco.


PALLADE ATENA

Di Atena Parthénos si dicevano molte cose, alcune giuste e alcune sbagliate.
 
Si diceva per esempio che sua madre fosse Meti, divinità marina, una delle innumerevoli amanti con cui Zeus cornificò la moglie, Hera dalle bianche braccia.
Secondo un’antica profezia, un figlio maschio generato da Meti avrebbe detronizzato Zeus, re del regno più assoluto, l’Olimpo.
Voci di uomini e voci di dèi mosse dai venti per tutta l’Argolide, e propagatesi per terre e fiumi e altre montagne fino ai giorni presenti, dicono che Zeus, per paura di quel vaticinio, ingoiò Meti tutta intera.
Mangiando lei e il suo bambino voleva proteggere se stesso e il suo sconfinato potere, anche se, per fare rabbia a Hera, diceva che inghiottendo Meti l’avrebbe tenuta per sempre con sé, in un tutt’uno.
Zeus, però, non aveva fatto i conti col bambino che continuava a crescere in un grembo inghiottito ma pur sempre esistente, e dopo giorni di gran mal di testa senza ragione apparente, in preda alla collera chiese ad Efesto, quinto figlio legittimo nato da Hera, di rompergli il cranio con un’ascia.
Nacque così Pallade Atena, figlia femmina di una madre mangiata tutta intera, e partorita dalla testa del padre.
Dice la leggenda che la neonata Atena saltò fuori dalla ferita di Zeus già adolescente, col volto fiero, vestita da guerra e armata di lancia.
In una notte divenne adulta, smise l’armatura e indossò come abito una pelle di capra, capra in verità speciale, poiché si chiamava Amaltea e da viva ebbe il grande onore di allattare re Zeus che, piccolissimo e già forte come molti eserciti, in un impeto d’affetto le staccò un corno, assurto poi a simbolo d’abbondanza e chiamato nel tempo cornucopia.
Si diceva poi che Atena, già adulta eppure appena nata, si fosse messa subito nei guai: aiutò Prometeo -dio amico dei mortali-, a prendere il fuoco per riportarlo agli uomini, dopo che re Zeus l’aveva espressamente vietato.
Secondo le voci dell’Argolide che attraversano epoche e montagne, furono entrambi puniti molto duramente: Prometeo incatenato al Caucaso, alla mercé di un’aquila che ogni giorno gli divorava il fegato, e ogni giorno per davvero, poiché, essendo lui immortale, di notte le ferite si rimarginavano, condannandolo a scontare la sua pena per l’eternità.
Atena invece fu portata nelle stanze segrete del re, e qui Zeus le aprì la testa e ci travasò dentro una parte della sua mente, del suo cervello immenso di sovrano di tutti i mondi terreni e ultraterreni.
Atena confidò poi ad Ebe, sorellastra prediletta e quarta figlia legittima di Zeus ed Hera, che aveva dovuto dire Basta, con il filo di voce che le restava, perché il padre mettesse fine a quell’inaudito travasare: un solo grammo della mente di Zeus sarebbe bastato infatti ad uccidere un intero paese, e Atena in fin dei conti era solo una bambina di pochi giorni.
Il padre però sapeva che da quel momento in poi non avrebbe più commesso imprudenze, e che anzi sarebbe stata conosciuta e ricordata come la dea della saggezza, oltre che della guerra.
Perché Pallade Atena era nata con l’armatura, e re Zeus racconta che, appena posati i piedi a terra, un attimo dopo esser stata partorita, eruppe in un grido vittorioso, e si mise a danzare una forsennata danza guerresca.
Atena in questo si contrapponeva ad Ares, il fratellastro che i romani conobbero come Marte, secondo e terzo figlio legittimo dei coniugi reali, secondo e terzo perché era nato in coppia con Eris: Ares ed Eris, gemelli, lui Guerra e lei Discordia, sempre in lotta anche per stabilire chi dei due fosse da considerarsi il maggiore.
Atena ed Ares erano diversi come il loro modo d’intendere la guerra, che per lei significava strategia, rigore e avvedutezza, e per lui ferocia, sangue e crudeltà.
Pare che un giorno Ares disse ad Atena che ormai poteva considerarsi una ragazza da marito, la qual cosa forse suonò come una minaccia personale, dato che gli dèi potevano sposarsi in famiglia, tra cugini, ma anche tra fratelli, e senza distinzioni d’età. Non erano un paio di secoli a separare due innamorati, così come il fatto che l’amato fosse il pronipote e l’amata la sorella della nonna, o viceversa.
Atena comunque, indispettita e altera, rispose che lei mai e poi mai si sarebbe sposata, perché bastava a se stessa. E così fu.
Al nome Atena si aggiunse l’epiteto Parthénos, vergine.
Fu per i greci la vergine per eccellenza, vergine fino all’oltretomba, e per lei Ictìnio e Callìcrate, grandi architetti conosciuti fino alle Colonne d’Ercole, costruirono in cima a una città il Partenone, che era un tempio meraviglioso, da lasciare senza fiato.
Intorno al Partenone c’era questa città di cui si dicono grandi cose, e che i Greci chiamarono Atene per onorare lei, Atena.
Nella città sotto il tempio si festeggiavano le Grandi Panatenee, ogni cinque anni, e le Piccole Panatenee, ogni anno, con giochi, gare, spettacoli e processioni sacre.
Se due erano le feste, due erano anche le statue di Pallade Atena: una enorme, colossale, scolpita da Fìdia e alta dodici metri, conservata nel Partenone.
L’altra più antica, in legno, detta Palladio: si diceva che fosse caduta un giorno dal cielo, e veniva custodita nell’Erettèo, un tempietto piccolissimo, il più piccolo lassù all’Acropoli.
Dicono che Atena fosse una grande amante della musica, e che avesse inventato il flauto, forando con una serie di buchi un osso cavo di cervo.
Le erano sacri l’olivo -che pare avesse creato lei dal nulla-, il dragone e la civetta.
Era patrona di tutte le arti e di tutti i mestieri, ma amava in special modo quelli femminili: si dice infatti che fosse lei stessa una grande ricamatrice, e che sapesse tessere molto bene, tanto da aver confezionato personalmente la veste nuziale di Hera, quando quest’ultima e Zeus, dopo anni di cornini e baruffe, decisero di rinnovare le loro promesse.
Tutte le tessitrici greche riconoscevano che la loro ispirazione veniva dalla benevolenza della dea, e le portavano grande rispetto.
Tutte tranne una, tale Aracne, tessitrice di rara bravura e vera superbia, che osò sfidare Pallade Atena.
Una leggenda raccontata in Lidia dice che la dea non si sottrasse, ma accettò anzi di raccogliere la sfida, e per ore e ore, in tutta la Grecia, non si sentì altro che il rumore dei due telai.
Pare che alla fine ne uscirono due capolavori, e che Atena studiò a lungo la tela di Aracne, alla ricerca del più piccolo difetto: non trovandone, e sentendosi al pari di una mortale, distrusse la tela dell’avversaria, rosa dalla rabbia più cieca.
Aracne, superba svilita a morte nella sua tracotanza, minacciò d’impiccarsi, ma Atena s’impietosì e la salvò.
Decise di lasciarla vivere, trasformata però in ragno.
Da allora Aracne, senza fine per tutta l’eternità, sospenderà i suoi fili tra i rami, negli angoli delle stanze, e qualcuno sempre li straccerà, perché male agisce chi va contro la dea della guerra e della saggezza.
Atena aveva sposato il sapere e la battaglia, e, a prova di ciò, un giorno attaccò all’ègida -come veniva chiamata la pelle della capra Amaltea che le faceva da abito- la testa di Medusa, sorella del drago che custodiva l’albero del bene e del male, una creatura mostruosa con capelli di serpenti, capace d’uccidere col solo sguardo.
A chi le chiedeva il perché di quella scelta raccapricciante, soleva rispondere che uno sguardo può incutere più timore di una lancia, perché nulla fa più paura dell’intelligenza vera.
Per uno sguardo che doveva recare paura al nemico, ce n’era però uno che sapeva guardare Atena oltre la cortina: Ebe, sorellastra prediletta, osservava in silenzio e leggeva in profondità.
Atena non lo diceva, ma se la paura, per tutti gli altri, era quella che ormai portava attaccata al petto, per lei era invece l’acutezza profonda di chi le voleva più bene.
Essere stanata, scoperta, questo la intimoriva.
A Ebe, che aveva capito, non diede mai ragione.
La testa di Medusa era un dono di Persèo.
Queluel giovane impavido, destinato ad essere ricordato come uno degli eroi più illustri di tutta la Grecia, staccò la testa di Medusa con una falce di diamante.
Dal sangue che ne sgorgò nacque Pègaso, cavallo alato con cui l’eroe volò sull’Olimpo, per donare la testa mostruosa ad Atena.
Atena se l’attaccò all’ègida, fieramente, e a tutti raccontò un falso perché, o forse non falso, ma vero solo a metà.
Non è forse vero che, se gli dèi hanno un animo, il tuo in quel momento ha tremato, Atena?
Ebe, silenziosamente, fu l’unica a capire che Atena si era innamorata.
Questo però non lo raccontano, in Attica.
Non lo sanno le Moire, filatrici del destino di ogni vita.
E non l’hanno svelato nemmeno quelle voci che dall’Argolide scavalcano le montagne.
Lo capì solo Ebe, e non lo disse mai.
Sapeva che sua sorella non avrebbe ceduto, che si sarebbe nascosta dietro alla guerra, alla musica, al tempio di quella città che da lei prendeva il nome.
Atena combattè giganti, accecò indovini, salvò Achille durante la guerra di Troia e portò il suo aiuto a Telemaco e Ulisse affinché tornassero ad Itaca, tutto per negare a se stessa ciò che non voleva sentire.
Aveva detto che sarebbe bastata a se stessa, perché lei era la dea della saggezza.
E in effetti l’amore che cos’è, se non la negazione della saggezza?
Ebe sperò a lungo di avere torto, ma non fu accontentata.

Atena Parthénos portò con sé la testa di Medusa, perché in fondo sapeva di non voler dimenticare.
Ma vinse la sua guerra, accantonò l’amore con la saggezza, e a Persèo non pensò più.
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