Mago Merlino consiglia:
Leggi Massimo Carlotto.
Ascolta i Cure e gli Stones
Tira coriandoli.
Bevi caffè.

martedì, 25 agosto 2009

Come una prima volta niente mai

Tra le molte cose che ci si trova ad affrontare in una vita, ce n'è una particolarmente pregnante, drammatica ed esaltante: le prime volte.
Bisognerebbe avere l'accortezza di dirlo a chi si appresta a venire al mondo: "Caro, nasci. Nasci pure. A tratti sarà fantastico, a tratti una merda, ma sappi che ci sarà una cosa con cui, più che con tua madre o col tuo commercialista, dovrai fare i conti: le prime volte".

Di prima volta solitamente se ne intende una soltanto, ma se fosse davvero così sarebbe una passeggiata.
Le prime volte sono acquattate dietro ogni angolo, nascoste dentro ad ogni portone che ci capiterà di aprire, spiazzanti, perfide, a volte meravigliose.

Nascere, per esempio, è già di suo una prima volta, anche se sicuramente l'unicità dell'evento non lo lascerebbe presupporre. Però tu nasci ed è la prima volta in assoluto che sei qui, sulla terra, in mezzo a tutti, accanto ai tuoi genitori, a tua madre che piange e a tuo padre che quasi per certo sarà svenuto per rubarle la scena. E' la prima volta che ci sei. Sei tu, proprio tu, tutto intero e, pensa un po', non sai nemmeno di esser tu, in quel momento. Per avere una personalità ci sarà tempo. Molti non ne trovano una nemmeno da adulti. E tu sei lì, piccolo, strillone, si spera carino. Passeranno gli anni e, più andrai avanti, più forse vorrai tornare a quell'istante iniziale, al tuo parto, al tuo arrivare, al tuo strillare, e ricominciare tutto daccapo. Vorrai resettare tutti gli errori che credi di aver fatto, vorrai azzerare le attese inutili, cancellare le strade sbagliate, ma non si può. Qui tutto inizia e qui tutto un po' finisce, perché non avrai un'altra occasione. Giocatela bene, nanetto.

Ci sarà, poi, la prima volta in cui parlerai. Quasi sicuramente dirai "Mamma", non credere che sarai originale. Sembra una cosa da niente ma non lo è, perché da qui in avanti dirai molte parole, un'infinità di parole, ogni giorno, a chiunque. Parlando potrai imparare, e poi viaggiare, e cavarti d'impiccio, conquistare fanciulle, ammansire il capoufficio, rinnovare le promozioni della Vodafone, litigare molto, fare pace, lasciarti fraintendere. Le parole possono essere una cosa fantastica, ma poi  si tramutano quasi sempre in boomerang. Anche qui dovresti valutare bene il da farsi. Forse fingerti muto. Auguri.

La prima volta in cui siederai ad un banco di scuola, ah! Malinconia. Nulla è più bello che veder piovere mentre tu sei a scuola. Ti senti protetto, scolastico, autunnale. E' una bella sensazione. Il tema in classe ogni lunedì, il Maestro Umberto (era il mio, del tuo non so dirti), il succo di frutta, l'astuccio, Italiano Storia e Geografia. Le medie non saranno granché, forse la terza. E poi il liceo, oh, il liceo. Quanto amerai il liceo, se sarai fortunato. Questo, più di tutti, è il momento da cui ogni tanto sentirai di voler ripartire, se solo potessi. E' qui che te la giochi come non mai. Gli amici, le scelte di campo, l'innamoramento. L'idea di avere il futuro che si srotola davanti a te come un tappeto volante infinito, che ti porterà dove vorrai e ti schiuderà un domani a tua immagine e somiglianza. Tutto questo ti mancherà, un giorno.

La prima volta in cui capirai che cos'è l'amicizia.
Sarà bellissimo, fidati. Sarà una cosa come non mai. So che non puoi avere presente la nuova pubblicità della Barilla con la voce di Mina, ma, anche se è solo una pubblicità, e anche se chi scrive precisa di non essere una fan di Mina, quello che dice è la verità: "Gli amici sono i fratelli che ti scegli. Mappe che sanno raccontare dove vai. Alcuni vanno, altri restano. Con loro in comune hai tutto, o quanto basta. Intorno a te formano un'altra famiglia". Chi scrive precisa di commuoversi spesso, un po' per tutto, anche per la pubblicità dell'Otto per Mille. Ma quella degli amici fratelli e mappe è una cosa così vera che ti lascerà spiazzato, appena la scoprirai.

La prima volta in cui t'innamorerai di qualcuno.
La cosa meno chiara in assoluto, perché tu potrai sentirti innamorato pazzo a quattordici anni e poi a diciassette scoprire che a quattordici eri un cretino che pensava di essersi innamorato ma in realtà non ne sapeva niente, perché l'amore, ah l'amore!, è quello che provi adesso, sì, indubbiamente. E poi no, perché dopo un po' ricapiterà, e allora eri innamorato veramente della prima o della seconda persona? O di quella dopo? O di quella che hai visto sull'autobus ed è stato solo un momento ma avrebbe potuto essere un colpo di fulmine? Chissà. Non lo saprai mai. Dicono, però, che quando ti innamori davvero, ma di quel davvero che più davvero non si può (e pare succeda una volta sola), senti una specie di groppo in gola che potrebbe anche essere un tir ingoiato tutto intero, una cosa da non ci mangio non ci dormo tocco le stelle sto per fare goal alla finale dei mondiali di calcio. E ancora un chiaro senso di appartenenza, una voce inequivocabile che esulta,: "E' lui, e lui! / E' lei, è lei!", una freccia luminosa che indica l'individuo in questione, le campane che suonano a festa.
Un tantino complicato, vero? Dev'essere anche imbarazzante. Tutto quel casino, intendo. Per non parlare della freccia luminosa.

E... U-uh! La prima volta. Nel senso di prima volta.
Oddio, è chiaro, la prima volta che si fa paradiso, come dicevano sulla Smemoranda.  -Perché dicevano così, tra parentesi?- Comunque, te lo dico subito, io provo un certo imbarazzo a scrivere fare elle apostrofo amore. Non ce la faccio. Nemmeno a dirlo. Ognuno ha le sue fisse. Dirlo lo posso dire, ma proprio così in una conversazione normale, ecco, no. Aiuto. E c'è gente che invece dice questo genere di cose con molta nonchalance, come se niente fosse. Anche la parola con la O, per esempio. Non è che tu parli del più e del meno, magari anche di certe cose ma un po' in codice, e poi te ne esci con la parola con la O, magari a cena con le amiche. Io credo che si debba portare un intimo rispetto alle parole intime,  e che il fatto che non sia tutto pronunciabile come una bazzecola qualunque sia un bene. Ci sono cose più tue di altre ed è giusto ricordarselo. Se usi anche quelle parole come se fossi al bar a fare bisboccia, la poesia finisce e non comincia mai.
Comunque, dicevo, la prima volta che si fa elle apostrofo amore viene considerata più o meno a ragione uno spartiacque. Prima eri lì, dopo sei là. Ora tu essere giovine donna e non più ragazzetta, e tua illibatezza noi adesso la dichiarare a tutta città con lenzuolo steso fuori da finestra. Quasi sempre bisognava sgozzare un capretto. Per fortuna al giorno d'oggi ci si è evoluti, forse qualcuno addirittura un po' troppo. Rimane il fatto che quella prima volta lì sia per certi versi la prima volta più mitica. E si sa che per noi giovini pulzelle sono più dolori che ardori, ma chi se ne importa. Ci si deve passare attraverso e poi la vita ha un po' più inizio di quanto non ne avesse prima. Per non dire che sarà anche e sempre una fonte di aneddoti. La mia amica X, per esempio, fece per la prima volta elle apostrofo amore in un sacco a pelo (e fin qui...), in una chiesa sconsacrata. Avevamo sedici anni, il weekend successivo me lo raccontò nel bagno di un cinema (le donne vanno in bagno insieme essenzialmente per spettegolare), e io risi fino alle lacrime. Quando poi aggiunse: "Però sai cosa? Non è che sia stata così contenta. Il giorno dopo mi mancava la mia verginità" credetti di strozzarmici, dalle risate.
Valuta bene la cosa. E non importa quanta strada farai con quella persona, ma assicurati almeno di amarla, e che di saltare per arrivare dall'altra parte con lui / lei ne valga la pena.

Il tuo primo lavoro. Il primo lavoro vero, a tempo indeterminato, magari anche il lavoro per cui hai studiato. Io non ci sono ancora arrivata e non so se ci arriverò, essenzialmente perché mi auguro di fare un mestiere che non chiamerei lavoro. Vorrei scrivere, ma chissà quel che mi capiterà. Penso in ogni caso che tu debba seguire, inseguire, perseguire la via che ti porti verso la più completa realizzazione, e che tu debba cercare di fare un lavoro che ti renda contento. Sentirsi adulti, sentirsi responsabili. Avere uno scopo. Cercalo sempre, uno scopo. E' quella la cosa che ti fa andare avanti con la consapevolezza che non stai buttando via il tuo tempo.

La prima volta (si spera assolutamente l'unica) in cui ti sposerai. E' una scelta importante, sai? E' la prima volta in cui fai una scelta assoluta. Oggi non va più nemmeno di moda. Se sei un maschio non ho molto da dire, non so come ci si sposi da maschi. Non so nemmeno come ci si sposi da femmine, però almeno posso provare a ipotizzare. Il fatto è che noi donne ci pensiamo fin da piccole. Con chi non lo sappiamo, ma come, di solito, lo sappiamo benissimo. Non dev'essere male, sposarsi. E' un momento topico, topicissimo. Avanzi verso l'altare, guardi chi ti aspetta e ti auguri di amarlo molto e davvero e per tutta la vita, e soprattutto che lui faccia lo stesso con te, perché in genere siamo sempre un filo più sicuri dei nostri sentimenti piuttosto che di quelli degli altri. E comunque avanzi, nel tuo vestito bianco -anche se si spera sia solo un bianco metaforico, di grazia- e lo osservi. Pensi a cose, a situazioni, a un futuro prossimo e a un futuro più futuro. Forse ti domandi se avrà mai il coraggio  e la maturità necessaria per chiederti "Facciamo un bambino?", o se sarà invece uno di quei villani che ti mettono incinta senza chiedertelo. Perché solo allora ti sentiresti veramente scelta. Molto più che chiedere la mano è chiedere una pancia. E il mettere incinta è una cosa retrograda, una cosa che sa poco di condivisione e molto di maschilismo. La magia sei tu donna, tu che fai esplodere la vita in quella che per tanto tempo è stata solo una pancia e poi diventa un'altra cosa, perché le donne potranno non credere ai miracoli, ma li sanno fare.
Se tu, quel tu a cui sto parlando, sei maschio, fai il favore: chiediglielo. Non dico subito.  Fai in modo di sentirti pronto (magari prima che muoia Biscardi, ché lui, si sa, le cuoia non le tirerà mai), e chiedilo, a quella ragazza in abito bianco che sta avanzando verso di te. Se poi non vi state sposando e avete solo scelto di dividere vita e bollette, chiediglielo comunque. Si sentirà unica, si sentirà una donna du du du, si sentirà mitica. In quanto donna, in quanto creatura speciale, capace di amore e di magia ancestrale, se lo merita.

Ci saranno poi tutta un'altra serie di prime volte, forse meno importanti, ma più quotidiane e sicuramente speciali, a modo loro. Il primo film al cinema (e si spera vivamente che tu il cinema possa amarlo, perché sarà una ragione in più per dire che la vita è bella), il primo concerto, la prima stella cadente (io, per esempio, non ne ho mai vista una), il primo viaggio con le amiche / gli amici, il primo bacio che quasi sicuramente arriverà in estate, chissà perché. La prima preoccupazione seria, probabilmente l'esame di maturità. Il primo addio a qualcuno che se ne va e a cui hai voluto bene. La prima cosa che ti farà sentire fiero di te stesso fino in fondo. La prima notte in una nuova città. Il primo caffè nella tua casa nuova. La prima volta in cui prenderai coraggio e ti butterai (sperando di farcela, prima o poi, e parlo per me). La tua prima torta, la prima fuga, la prima sigaretta. Ci saranno molte prime volte, per tutto, e spero che tu abbia il tempo di abituarti all'idea. Alcune saranno meno belle di altre, magari addirittura drammatiche. Ma per ogni prima volta brutta, ce ne saranno sempre almeno tre che ricorderai felice. Credo che ne valga la pena. Fammi sapere.



P.S. E che chi vuole racconti le sue prime volte, di qualunque tipo di prime volte si tratti.
 
Editato da: Pellys. And the clock said 01:31 | link | commenti (22)
Segnalibri: pensieri, amicizia, meraviglia, innamoramento, paperopoli, amore che vieni amore che vai
MAIL: pellys@splinder.com
martedì, 28 luglio 2009

Ti racconto la tua storia

(La data di fine concorso è stata posticipata (agosto uguale vacanza, e qui ci son pochi partecipanti).
C'è tempo fino al 23 settembre. Speriamo in bene).


Esame mattone. Esame mattone più molta paura più un blocco grande come la diga del Vajont, più chissà che altro.
L'esame è andato, e io avrei voglia di urlare e buttarmi giù dalle scale di legno di casa mia cavalcando un cuscino come facevo a sette anni, quando ero una povera sfigata senza fratelli, senza cugini, senza vicini di casa di età inferiore ai vent'anni.
Dato che però ho fatto solamente il mio dovere, o forse meno, anziché urlare contenta e spaccare me stessa e le scale, proverò a scrivere qui una cosa che ho in mente da tempo.
Un po' perché bisogna pur tornare, un po' perché avrei molto altro da scrivere ma pochi neuroni rimasti per farlo, un po' perché ho visto due volte in due giorni Marrakech Express e in questo momento nulla, al confronto, mi sembra degno di esser raccontato.

Ordunque: parto per Londra e indìco un concorso, ma non esattamente in quest'ordine.

Da troppo tempo mi sento ombelicale come e più del cinema di Nanni Moretti.
Ho bisogno di una pausa da me stessa e dalle mie riflessioni molto pensanti, molto pesanti, molto contorte.
Ho bisogno di una ventata d'aria che mi faccia stramazzare al suolo.

Ho bisogno che qualcuno mi faccia fare una pausa e mi dia una storia da raccontare.
Perciò indìco un concorso: Ti racconto la tua storia.
Tu, chiunque tu sia, mi dai qualche indizio, qualche appiglio, qualche dettaglio, poi io scrivo.
No porno. No gialli, non sono portata. No storie assurde o strappalacrime, per quel genere ci sono i film del pomeriggio su Canale5.

Come fare?
Nei commenti.
Nei commenti ognuno di voi leggenti e interessati potrà lasciarmi qualche riga d'indicazione. Non troppo perché altrimenti la storia ve la scrivete voi. Non troppo poco perché non sono un'indovina.
Diciamo che si potrebbe rispettare la regola delle 5 W.
  1. WHO (Chi)
  2. WHAT (Cosa)
  3. WHEN (Quando)
  4. WHERE (Dove)
  5. WHY (Perché)
Ma senza il Perché, senza il Why. Che ne dite?
Chi poi ha un buon perché lo può lasciare, vedremo che ci si può combinare.
Chi invece non ha un perché mi regala il Who, il What, il When e il Where. Al perché, ovvero alla storia, ci penserò io.

Ecco. Di base mi si dovrebbe segnalare il soggetto, il fatto, l'epoca o la stagione o il giorno o che so io (insomma il quando), e il luogo d'azione (possono essere anche più luoghi, basta indicarli).
Se c'è un perché che vi dispiace lasciare da parte, e se pensate che quel perché serva alla storia, e che la storia possa essere costruita a partire da quel perché e non cercando quel perché, lasciatelo pure.

Il gioco è aperto a chiunque, più sarete e meglio sarà.
Una giuria scelta, composta da amici della sottoscritta, o da persone che comunque godono della fiducia della sottoscritta, selezionerà il miglior commento, la migliore traccia, la migliore bozza per una storia che poi la sottoscritta scriverà.

Tu regalami una storia, e io te la racconto.

Avete tempo fino al 23 settembre.

Fatevi sotto.

P.S. Grazie.
Editato da: Pellys. And the clock said 01:36 | link | commenti (17)
Segnalibri:
MAIL: pellys@splinder.com
giovedì, 28 maggio 2009

Io, loro, e l'amore da operetta

Di tutte le ingiustizie umane, l'amore unilaterale è forse la più demenziale.
Si ama senza essere riamati, si idealizza, si è molto sciocchi. Capita a tutti, più volte nella vita, dalle elementari in poi. Tu, che adesso passi di qui per caso e leggi, chiediti: "Ho mai amato unilateralmente? Ho amato senza essere corrisposto?". La risposta è, ovviamente, sì. Succede anche il contrario, certo. Si è amati da qualcuno senza amarlo noi. Di solito, però, il confronto è schiacciante: l'amore unilaterale, in proporzione, capita molto più a te, piuttosto che a qualcuno verso di te. Chieditelo di nuovo: "Ho amato più io, o sono stata amata più volte da qualcuno che non amavo?". La prima. E non bisogna badare a quelle che rispondono "Oh, no, sono stati molti di più quelli che hanno amato me, non il contrario!", perché sono solo delle povere stronze.

Il fatto è che l'amore unilaterale non porta da nessuna parte. E' solo un io, loro. Io che amo senza che l'altro mi corrisponda, loro (quei quattro gatti in una vita) che amano me senza che io ami loro.
Non si è mai un noi, che poi è l'unica vera condizione perché si possa parlare di amore effettivo.

Se si è nella condizione di io -io che amo e lui che non ama me-, ci si strugge, si immaginano conversazioni, situazioni, giorni felici di una mai vita.
Se si è nella condizione di essere amati da loro -gli altri, quelli che ci amano senza essere corrisposti- ci sentiamo braccate, braccati, tutti quasi, chissà perché, in pericolo, come se il fatto di aver permesso che qualcuno a cui non pensiamo pensi a noi fosse un reato, una cosa che ci fa sentire precari, vittime e carnefici. Scopriamo di essere amati da una persona che non abbiamo mai nemmeno pensato di poter amare, e ci sale l'ansia. "Com'è potuto succedere, io non voglio, è un pensiero che va estirpato e che non doveva nascere".

Nella mia vita sono stata spesso un io e ho incontrato anche alcuni loro.
Mi appresto pertanto a scriverne un piccolo compendio. Esempi di amore unilaterale. Aneddoti. Quando si è un io, quando si ha a che fare con dei loro. Si è creature estranee in partenza, lo si è per chi amiamo senza riscontro e lo sono quelli che senza riscontro amano noi.
Via:

LORO:

-Il primo dei miei loro si chiamava A., figlio di amici di famiglia.
Ad un pranzo gigante e affollato, in uno di quei ristorantoni della bassa con molti tavoli e molto brusìo, mi allungò un menu di carta di riso su cui aveva scritto "Ti amo". Panico. "Com'è potuto succedere, io non voglio, è un pensiero che va estirpato e che non doveva nascere". Presi il menu, lo appallottolai senza farmi vedere, e lo nascosi dietro una fila di piatti. Poi, siccome una cameriera solerte e scassacazzi se ne accorse, me lo ripresi. Usciti tutti in giardino, riuscii finalmente a gettarlo nel cestino più vicino. Lui, dopo mezz'ora, dovendo buttare qualcosa, sollevò il coperchio e lo trovò. Mi guardò basìto, agghiacciato, rancoroso. Ero ufficialmente assurta al ruolo di stronza. Una donna du du du in cerca di guai.

- Il secondo dei miei loro, E., un giorno, nel corridoio del liceo, mi disse:
"Ho lasciato F. Per un'altra"
"Per un'altra?", feci io
"Sì. Me ne sono innamorato, non posso farci niente"
"Ah, mi dispiace. Per F, voglio dire"
"Non dovrebbe"
"Perché?"
"..."
"La conosco?"
"Direi proprio di sì"
"Ah"
"..."
"Ti prego dimmi che non sono io!"
"Vedo che non l'hai presa bene".

- Il terzo dei miei loro, due giorni dopo il secondo (non è mai più successa una cosa simile. In quella settimana dev'esserci stata una qualche strana e inquietante congiunzione astrale), mi scrisse un lungo e intricato sms che finiva con "Io ti amo". Parole grosse. Quando si aggiunge il soggetto, poi.
Ed ecco la sottoscritta nuovamente spaventata e corrosiva. Scappare, scappare. No, no, no, no. Gli telefonai e gli dissi che mi dispiaceva, ma non provavo niente per lui, perché io, ecco, amavo un altro.

Il che era vero.
Infatti:

IO:

- Quel caso di "Io ti amo ma tu nisba" aveva a che fare con un certo E. (naturalmente non l'E. che si era dichiarato nella settimana della congiunzione astrale), che io amai zitta zitta per una vita. Andammo anche insieme in Inghilterra, per un corso estivo in college. Preparai, prima della partenza, circa quattro pacchetti giganti di Vigorsol da portare con me, con l'idea che l'avrei sicuramente baciato molto, sapendo sempre, in ogni momento e anche presa alla sprovvista, di menta piperita. Si fidanzò con una bolognese bionda con il piercing sulla lingua. Giulia. (A tal proposito servirebbe un teorema: in questi lunghi anni, io e le mie amiche ci siamo rese conto che nelle faccende d'amore il nome Giulia è una costante: l'altra si chiama sempre Giulia).
Quella sera io piangevo amaramente, nel fitto del parco. Arrivò Alessandra, la mia compagna di stanza (solo al ritorno le fu svelato l'arcano): "Ma tu piangi! ...Che succede?". "Niente", gracchiai io. "E' per E.?", fece lei di rimando. E io: "Assolutamente no, come ti viene in mente?".
Tornati dall'Inghilterra, lui fece coppia fissa per un'eternità con una sua compagna di classe (solo dopo scoprii che lei mi era anche simpatica; a quei tempi ero molto impegnata a detestarla). Io mi struggevo, sgomenta. L'estate successiva, un giorno, mentre ero al mare, mi chiamò Michela, una mia amica e compagna. Ero in spiaggia, appena uscita dall'acqua. La sentii urlare al telefono: "Franci, si sono lasciati! Si sono lasciati!!! L'ho saputo ora, per caso! Ero in centro e ho incontrato Y e me l'ha detto!". Io corsi per mezza spiaggia, franai a terra esultante. La sera brindai a vodka con i miei amici storici del mare, offrii io per festeggiare. Finita l'estate, tornata a scuola, lo vidi nel corridoio del liceo e sentii qualcosa di strano. Andai da Michela e le dissi contrita: "Michi, credo che non mi piaccia più".
Siamo così, dolcemente complicate, cantava la Mannoia.

- Un altro caso, molto più antico, di "Io ti amo ma tu te ne freghi", ebbe come protagonista Nicola, mio vicino di banco in terza media (tra l'altro più basso di me di circa ottomila spanne). Ci scambiavamo libri di una collana horror intitolata "Piccoli Brividi", chiacchieravamo molto, ci eravamo simpatici. Un giorno lui, avendo aperto il frigo la mattina molto presto e ancora assonnato con l'intenzione di prendere un cartoncino di succo, si sbagliò. All'intervallo tirò fuori dallo zaino, basìto, una confezione di panna da cucina, e io l'amai. Perché è vero che noi donne amanti della battuta ribattiamo al cliché del "Voglio un uomo che mi faccia ridere" dicendo che è più bello essere tu donna che fai ridere lui uomo, ma ogni tanto una vacanza, ecco. Può essere disarmante.
Fu l'unico ragazzo della mia vita a cui mi dichiarai, rimanendo evidentemente traumatizzata.
Successe dopo una cena di classe.
"Nicola, ti devo parlare"
"Certo, dimmi"
"Non qui, in privato"
"Andiamo nella cabina telefonica"
Così, in una cabina telefonica a gettoni, gli dichiarai il mio amore, e lui disse "Ma io... Non voglio". Proprio così, non voglio, che poi è esattamente la stessa cosa che pensai io quando mi capitò di essere amata senza corrispondere.
Ricordo che intervenne Federico, nostro compagno di classe, amico di entrambi e mio confidente per quella faccenda. Entrò nella cabina e disse: "Ma Nicola!". Nicola, dal canto suo, ripetè "Ma io... Non voglio, davvero" e uscì. Nella cabina rimanemmo io e Federico, a guardarci negli occhi sotto shock, lui una mano sulla mia spalla e io a dire "Oh Fede, Fede! Che disastro!"

- Un altro capitolo interessante della mia personale saga di sfiga riguarda un certo Claudio, nella classe accanto alla mia al liceo (la stessa di quell'E. dell'Inghilterra, peraltro). Dieci in greco, dieci in latino, dieci in ginnastica. Le gambe più belle della storia del West. M'invaghii pazzamente nelle ultime tre settimane dell'ultimo anno (tempismo eccezionale), lui era timidissimo e io immaginavo tutta una nostra vita futura in cui, novelli sposi, saremmo emigrati a Firenze (non ho idea del perché). Il mio unico atto di coraggio consistette nel lasciargli sul motorino un biglietto anonimo con su scritto "Sei carinissimo", forse col punto esclamativo, forse no. La scuola finì, ci fu la maturità, io poi me ne andai a Berlino e insomma lo dimenticai, credo.

Amore unilaterale, questo sconosciuto. L'amore che non serve a niente, l'amore che non è amore. Quell'amore di cui chi lo riceve non sa che farsene, un sentimento che non genera nessun noi, ma solo persone distanti, amori da lontano che non hanno ragion d'essere se non forse per scrivere belle canzoni, sempre che tu ne sia capace. L'amore unilaterale è voglia di vincere, non volontà di amare.

Ad ogni modo, l'ultima volta che mi successe (circa un anno e mezzo fa) scrissi a un amico dicendo: "E' l'uomo della mia vita".
Lui mi rispose: "Peccato"
Io: "In che senso Peccato?"
Lui: "Immagino tu volessi scrivere E' l'uomo della mia vita"
Io: "Sì"
Lui: "Invece hai sbagliato a digitare. Hai scritto E' l'uomo della MAI vita"
Io: "Ah"
Lui: "Beh, non mi sembra un buon segno".

Effettivamente, non fu affatto un buon segno.

Editato da: Pellys. And the clock said 19:32 | link | commenti (22)
Segnalibri: pensieri, ricordi, innamoramento, amor cortese, scacco al re
MAIL: pellys@splinder.com
lunedì, 20 aprile 2009

Perdiamoci di vista

E' il 24 luglio 2007.
Nella mia vita, di lì a poco, arriverà S., ma io ancora non lo so.
Molte cose stanno per cambiare, e molte stanno per succedere.
Io però non ci penso: oggi è il 24 luglio 2007.

Sono a Roma, da sola, di nascosto.
Sono venuta a Roma in segreto e lo sanno solo poche amiche.
Me ne sto su Ponte Fabricio, guardo il fiume.
Domani tenterò l'esame d'ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia.

Non andrà bene.
Il 5 settembre scoprirò che non è andata, che hanno preso otto ragazzi e otto ragazze, e tra le otto ragazze io non ci sono. Controllerò le graduatorie sul sito internet, e continuerò a premere il tasto sinistro del mouse sulla freccia che va giù anche quando la pagina sarà finita, in cerca del mio nome. Continuerò per un minuto, forse di più. E più che piangere, credo.
Scoprirò di non avercela fatta, cercherò chi c'era quel giorno insieme a me,  provando a ricordare i nomi, chiedendomi se qualcuno avesse deciso di tentare anche all'Accademia, o altrove, e avesse quindi un'altra possibilità.

Domani, dicevo, tenterò l'esame d'ammissione al CSC, avrò davanti a me in commissione Giancarlo Giannini, mi tremeranno le gambe, farò il monologo della portinaia e reciterò una poesia di Pascoli. Poi uscirò, tornerò in centro e vagherò senza meta, pranzerò alle 4 del pomeriggio, calpesterò sampietrini roventi con le mie scarpe leggere, ascolterò molte volte Into the groove della Madonna anni '80 nell'mp3.

Di quella che fu sicuramente una delle più drammatiche, esaltanti, meravigliose giornate della mia vita, parlerò magari un'altra volta. Lo farò, perché quella giornata merita di essere raccontata.

Ma non adesso. Oggi è il 24 luglio 2007, il giorno prima, e io me ne sto su Ponte Fabricio.
Ho scelto questo posto perché amo arrivare fino a qui passando da Trastevere, e mi piace l'Isola Tiberina.
Mi piace vedere la cupola della Sinagoga dall'altra parte del fiume; guardo la cupola e piango un po', sempre, ma con discrezione, senza farmi vedere.
Due lacrime che mi salgono su dalle viscere, e poi basta, discrezione.
Oggi mi sono fermata, sono su Ponte Fabricio e non sto proseguendo.
Dovrei fare un passo, poi un altro, un altro ancora, attraversare la strada, andare nel Ghetto.
E' facile, fallo.
Invece sono lì, guardo il fiume.

Sto osservando il Ponte Rotto, sono assorta.
Non ci ho mai fatto questo gran caso, prima d'ora.
Un troncone di ponte romano rimasto lì dopo un'alluvione. L'ho anche studiato, naturalmente. En passant, a dire la verità. Il Ponte Rotto, costruito ponte nel terzo secolo avanti Cristo, sbattuto giù e divenuto un ponte rotto nel sedicesimo dopo Cristo.

Passavo su Ponte Fabricio, mi sono fermata, lo guardo fisso.
"Quindi è questo un ponte rotto", dico tra me e me.
Rompere un ponte. Che cosa significa?
Rompere i ponti. Come si fa?
E' che cos'è un ponte rotto? E' un ponte che non porta più da nessuna parte.
Avevo bisogno di saperlo. Di vederlo chiaramente, solidamente, davanti a me.

E' il 24 luglio 2007, e sono ormai tre mesi che non vedo più Z., che non parlo più con lei, che non so più niente della sua vita, di quello che fa, pensa, dice.
Abbiamo rotto i ponti, tre mesi fa.

Z. è stata una delle amiche fondamentali della mia vita.
Era una delle poche a sapere che oggi sarei stata qui, e ora non saprà mai se domani ce la farò.
E' strano pensare che non ci vedremo più, che non farà più parte della mia vita. E' strano pensare che a tutto quello che abbiamo vissuto insieme non seguirà mai nient'altro.
E' strano pensare che non terremo fede alle promesse, né a quella per il compimento dei nostri trent'anni, fatta quando ne avevamo diciassette, né a quella per la nostra vecchiaia, fatta a quindici (ci eravamo dette che da vecchine saremmo tornate a pranzare al Don C., in Costa Azzurra, dove mi ero fatta portare da mio papà, nel ferragosto di quinta ginnasio, per farle una sorpresa).
E' strano pensare che non conoscerà mai mio figlio, che non vedrà mai la mia casa.
E nemmeno io vedrò niente. Non saprò più niente.

La mia prima compagna di banco, conosciuta di vista sin dalle elementari e poi incontrata al liceo.
Quella con cui studiavo quasi tutti i pomeriggi, che sapeva tutto di me.
Come ho potuto?
Come ha potuto?
Come possiamo dividerci così, noi due?
Io sono davvero la parte peggiore di me stessa?
E lei è davvero così lontana da tutto quello che conoscevo?

Ecco che cos'è un ponte rotto, è questo.
Non porta più da nessuna parte. E noi non andiamo più da nessuna parte.
Io sono qui, incagliata, schiantata, e tu insieme a me.
Ognuna nel suo fiume, o forse nello stesso, ma lontane, separate, con un vuoto in mezzo così grande che se ci penso mi si apre una voragine dentro e cado giù.

Cado giù dentro me stessa, incapace di capire se è normale, una cosa così.
E' normale che un'amicizia finisca? Può finire? E' lecito?
Sono ferma su Ponte Fabricio, persa nel mio 24 luglio 2007, e penso di no, penso che non sia possibile, che io non sono normale, se a noi è successa una cosa così.
Un amore può finire, si sa. Ma un'amicizia no.
Può scemare, andare a morire lentamente.
Ci si può perdere di vista.
Ma decidere di perdersi di vista è una cosa diversa.

Tagliamo i ponti, chiudiamola qui, io non sto più bene insieme a te, perdiamoci di vista.
Ti ho voluto bene, ma perdiamoci di vista.
Con te, che non sei un'amica qualunque, con te, che non sei una persona come tutte le altre, non può scemare niente, e niente può andare a morire.
Siamo talmente concatenate, che solo decidendo di recidere i fili che ci tengono unite capiremo che è vero.

Sul Ponte Fabricio, guardando il Ponte Rotto, penso a quello che è stato il nostro ponte.
Il tempo intanto scorre e lo lambisce, e magari un giorno dimenticherò quanto e come sto male adesso.
Potrò dimenticare questo senso di vuoto terribile, la sensazione di essere schiantata, completamente schiantata?

Penso alle correnti, al fatto che insieme a Z. ho perso e deciso di perdere anche E., nostra compagna e sua coinquilina non appena si è iniziata l'università.
Era inevitabile. Ma noi tre, noi tre... Noi tre eravamo molte cose. Eravamo il banco condiviso, l’autobus per tornare a casa, i battibecchi, le risate, le scommesse, i dodici giorni vissuti a Berlino dopo la maturità. Noi tre eravamo Simba, Timon e Pumba (e chi facevo io? Il cinghiale, naturalmente. Avevamo anche un'altra versione che s'ispirava ad Aladdin, e qui io ero il Genio della lampada infiammabile e chiacchierone, Z. la scimmietta magra di Aladino, ed E. il Tappeto Volante. La versione Re Leone era comunque stata quella di maggior successo).

Nella mia visione, suddividendo vita e sentimenti in uno schema poetico, potrei dire che l'amicizia, l'amore e la famiglia sono rispettivamente la base, l'altezza, la profondità.
La profondità ti dice chi sei, fa riecheggiare le tue radici e la storia della tua persona dentro di te, sta sotto, al buio, al caldo, è inestirpabile, in qualunque caso.
L'amore ti innalza, ti porta su, perché quando siamo innamorati siamo il mondo, e lo sorvoliamo.
Ma l'amicizia è la base. Ed è grazie alla base che puoi stare in piedi. Senza base non si va avanti, senza base non è vita. Senza base a me non interessa sorvolare un bel niente.

Avevo allora e ho adesso amiche insostituibili, preziosissime, vitali.
Ma, come dice una delle più importanti: "Se ne manca anche una sola, in quel momento è come se mancassero tutte. Sei sola anche se non lo sei, perché hai un pezzo in meno".

In quel 24 luglio 2007 sono sul ponte e penso che non so come farò ad andare avanti, che un modo lo troverò, ma che ho paura di domani, perché quando l'esame sarà finito non avrò più niente da aspettare e potrò solo essere triste; magari sarò per sempre triste.

Sono passati quasi due anni da quel giorno, e due anni esatti da quando, tre mesi prima, vidi per l'ultima volta Z.
Non è stato così. Non è stato come pensavo quel giorno su Ponte Fabricio.
Io, che per molti mesi mi sono vergognata all'idea che una delle amicizie più importanti della mia vita fosse finita, all'idea della lite e della decisione di perdersi di vista, io che mi vergognavo perché pensavo che non fosse normale, e che le amicizie dovessero andare avanti per sempre, mi sono rialzata in piedi non molto presto, ma comunque prima di quanto pensassi.

Ho capito che, qualunque cosa succeda, non è il caso di vergognarsi, che si va avanti, che la vita ti sorprende quando meno te lo aspetti, e che, se anche c'è un posto vuoto,  con una buona base si ha sempre il modo di ripartire.
Ho capito che la base si può addirittura allargare.
Nessuno, però, prende il posto di nessuno.
Chi arriva può essere meraviglioso, e diventare un amico più grande di chi se n'è andato.

Ma chi se n'è andato, in qualche modo, rimane lì.
Roma ha altri ponti, tutti belli, tutti solidi, tutti affidabili.
Ma il Ponte Rotto rimane lì. Non se ne va via con la corrente, resta fermo, non si dimentica.

Z. ed E., a voi che non  leggerete mai queste righe (e che peraltro nemmeno sapete che, un mese dopo quel 24 luglio 2007, ho creato questo blog color fucsia) io adesso scrivo ugualmente,  per dire a voce alta che non ho dimenticato.
So che tu E., se sapessi che scrivo, saresti fiera di me. Certe tue lodi sommesse e inaspettate hanno dato i loro frutti, vedremo ciò che ne sarà.
E Z., io ti sogno, a volte.
E nel sogno so che non siamo più amiche, eppure è come se firmassimo una breve tregua, tu mi parli e mi racconti, e lo stesso faccio io con te.
Roma ha i suoi ponti, ma in un modo o nell'altro, ci sei sempre anche tu.

Editato da: Pellys. And the clock said 02:04 | link | commenti (18)
Segnalibri: ricordi, roma, amicizia, cadute, cambio rotta, boscomondo
MAIL: pellys@splinder.com
mercoledì, 25 marzo 2009

Conversazioni surreali sull'amore e altro ai tempi del liceo

Conversazione n° 1 - La prima volta dell'amico maschio (s'avevano circa diciassett'anni).
Amico B: "Sai, è successo, l'altra sera"
Sottoscritta: "Cosa?"
Amico B: "Come cosa, quello"
Sottoscritta: "Ah! Oddio"
Amico B: "L'abbiamo fatto"
Sottoscritta: "Quando?"
Amico B: "L'altra sera"
Sottoscritta: "Sei proprio uno stronzo!"
Amico B: "?"
Sottoscritta: "Avevi detto che mi avresti fatto uno squillo!"
Amico B: "..."
Sottoscritta: "Avevamo fatto un patto, io e te! Ci eravamo promessi che, quando fosse successo, ci saremmo fatti uno squillo!"
Amico B: "Vale se te lo faccio adesso?"
Sottoscritta: "No che non vale! Doveva essere subito dopo!"
Amico B: "Ah... Mi dispiace... Hai ragione, me ne sono dimenticato"
Sottoscritta: "Bravo, complimenti"
Amico B: "Scusami"
Sottoscritta: "Io te l'avrei fatto"
Amico B: "..."
Sottoscritta: "Beh... Pazienza. Sei uno stronzo, ma pazienza. Com'è stato?"
Amico B: "Uh, oh, ah... Ecco... Beh. Non so, sai? Mi aspettavo qualcosa di meglio. Nel senso... Tutto ok eh. Però lei era così... Non so dire come... Mi è praticamente saltata addosso. Non lo so..."
Sottoscritta: "Ah"
Amico B: "Però dopo non è stato male"
Sottoscritta: "Come dopo?"
Amico B: "Sì, dopo, nella doccia"
Sottoscritta: "..."


Conversazione n° 2 - Le avventure del giovane compagno di classe.
Compagno L: "Ho scritto un sms a una ragazza, le ho chiesto se si ricordava di me"
Compagne: (coretti vari) "Dai! E cosa ti ha risposto?"
Compagno L: "Sì, mi ricordo di te. Ma soprattutto mi ricordo del tuo culo".


Conversazione n° 3 - La mia prima non-sigaretta (un capodanno liceale in montagna; personaggi: sottoscritta, compagno Nicolò, compagno Alessandro; location: sotto un pino).
Compagno N: "Quando vuoi provare dimmelo, ma non fare come per la prima sigaretta-sigaretta"
Sottoscritta: "Cioè?"
Compagno N: "Eri ridicola. Tossicchiavi e non prestavi attenzione"
Sottoscritta: "Che palle"
Compagno N: "Che palle lo dico io. Questa volta, poi, la cosa è più seria. Muoviti, mettiamoci sotto il pino"
Sottoscritta: "Bene, sono pronta"
Compagno N: "Tieni, prendi, aspira bene"
Sottoscritta: "Sì, sto aspirando. Credo"
Compagno N: "Bene così, vai"
Compagno A: "Cosa fate lì sotto?"
Compagno N: "Fumiamo, perché? Vieni anche tu"
Compagno A: "No è che... Sotto quel pino io ci ho appena pisciato".


Conversazione n° 4 - Domande a bruciapelo in classe.
Compagno N: "Oh, state tutti zitti un attimo, devo sottoporvi una questione a carattere sociologico"
Classe: "..."
Compagno N: "Voi vi masturbate? Sinceri".


Conversazione n° 5 - L'annuncio dell'assemblea d'Istituto, unica occasione per noi pulzelle di vedere i rispettivi Oggetti dei Desideri per un'intera mattinata.
Rappresentante d'Istituto (entrato in classe ad ammonirci): "E insomma, vi vogliamo tutti presenti domani, si discuterà di temi della massima rilevanza, ormai la scuola italiana è allo sfacelo, il nostro liceo poi cade a pezzi, si sta pensando di picchettare la sede della Provincia..."
Amica Ciaki (sottovoce): "Tu come ti vesti?"


Conversazione n° 6 - Metafore e vita di coppia di una cara compagna di classe (personaggi: sottoscritta, compagna M, una comparsa).
Sottoscritta: "E allora, con M, come va, come va? Ti vedo occhi-a-cuore!"
Compagna M: "Bene, bene! Sì sì, innamoratissima, però..."
Sottoscritta: "Però?"
Compagna M: "Eh... Sai..."
Sottoscritta: "Che cosa c'è?"
Compagna M (sguardo eloquente): "E' che non siamo ancora riusciti..."
Sottoscritta (incapace di cogliere gli sguardi eloquenti): "Non siete ancora riusciti?"
Compagna M: "Sì, non siamo ancora riusciti (altro sguardo eloquente), sai... Ad andare al cinema"
Sottoscritta: "Ah!"
Compagna M: "Sì, non c'è ancora stato modo di... Anche per una questione di tempi... Lui poi ha sempre allenamento e torna tardi, arriva stanco"
Sottoscritta: "Beh ma... Non potete andare al secondo spettacolo?"
(La comparsa si allontana).
Compagna M: "Franci!!! Ma insomma! Il cinema era una chiara metafora!"
Sottoscritta: "..."
Compagna M: "Sì, una metafora! Non mi andava di dirlo davanti a Cosa!"
Sottoscritta: "Oddio, ho capito, ora ho capito! Abbi pazienza..."
Compagna M: "Ecco..."
Sottoscritta: "E insomma niente cinema? Non ancora?"
Compagna M: "No"
Sottoscritta: "Ma niente niente? Nemmeno un po' di tivù?"
Compagna M: "Nemmeno"
Sottoscritta: "Eh ma che noia!"
Compagna M: "Già".


Conversazione n°  7 - I soprannomi dati ai nostri Oggetti dei Desideri (s'era ancora al ginnasio).
Amica Ciaki: "Sai che la mia amica I. mi ha detto che frequenta abbastanza spesso degli amici, e tra questi amici c'è Snoopy"
Sottoscritta: "Oddio!"
Amica Ciaki: "Sì, e una sera lui ha riaccompagnato una di queste, e poi lei ha detto ad I, e lei l'ha detto a me, che insomma lui l'ha baciata e palpeggiata anche abbastanza, così, dal nulla!"
Sottoscritta: "Oddio!"
Amica Ciaki: "Ma appunto, è proprio un coglione. Lascialo perdere"
Sottoscritta: "Che vuoi che ti dica... Cercherò di ricominciare a pensare ad Icaro"
Amica Ciaki: "Fai bene"
Sottoscritta: "E tu con Casper? Come va ultimamente?"


Conversazione n° 8 - Le malmostosità del compagno M. di fronte al cicaleccio femminile.
Sottoscritta: "Hai visto Icaro sull'autobus, di recente?"
Compagno M: "No, non mi pare"
Sottoscritta "...Mhhh. Ma non lo prende più?"
Compagno M: "Boh"
Sottoscritta: "Sai cosa? Magari viene in macchina"
Compagno M: "E venga come cazzo vuole".


Conversazione n° 9 - In morte di Norberto Bobbio.
Professoressa di filosofia: "Oggi è una giornata un po' diversa..."
Classe: "Perché?"
Professoressa: "Ieri è morto Norberto Bobbio"
Compagna E: "Ah, è vero..."
Sottoscritta: "Davvero?"
Compagno M: "Insomma, un nostro collega è venuto a mancare..."
Amica Ciaki ad amica Meri (sottovoce): "Ma non bisognerà prendere appunti, vero?"

Editato da: Pellys. And the clock said 18:51 | link | commenti (14)
Segnalibri: ricordi, liceo, bizzarrie, amica ciaki, amica meri, amico bepu, amico alessandro, amico nicolò, yaya bro
MAIL: pellys@splinder.com
lunedì, 09 marzo 2009

Momenti e felicità

S'era d'estate. Quest'estate.
S'era d'estate quest'estate io e la mia amica Ciaki sul Lungotevere.
Si discorreva amabilmente senza badare a nulla che non fosse lo stagliarsi dell'Isola Tiberina sul fondo del puzzle, quand'ecco che.

Quand'ecco dietro di noi due uomini camminar veloci, e uno dire all'altro: "Certo che queste donne..."

C'è qualcosa in questa voce
, mi son detta in un tempo così veloce ch'è stato prima di subito.
Era una voce che conoscevo, che avevo sentito più di moltissime volte, da sempre, in un tempo antico eppure semplice da ricordare.
Era una voce familiare, che avevo già riconosciuto una prima volta alla tv, vedendo finalmente in faccia il suo proprietario, e dicendomi anche allora: Ma questo so chi è, conosco la sua voce!

E così, lì, in quell'istante improvviso sul Lungotevere con la mia amica Ciaki, ho saputo esattamente, e subito, che viso avrei dovuto vedere voltandomi, se lui fosse stato veramente lui.

"Certo che queste donne..."
Non gli ho dato il tempo di finire la frase.
I miei pensieri hanno turbinato come ne ho scritto sopra, e in un secondo mi sono voltata, di scatto, guardandolo ad occhi sbarrati.
Nell'attimo in cui realizzavo di averci azzeccato, lui mi ha guardata altrettanto basìto, e ha detto: "No no, ma non mi stavo riferendo a voi!"
E io: "No no, è solo che... Ho riconosciuto la voce!"

C'è stato un guazzabuglio di passi e passetti, loro due ci han sorpassate, lui intanto ha fatto un mezzo sorriso imbarazzato, l'amico l'ha guardato e ha sorriso raggiante, abbiam continuato tutti e quattro a camminare, lui si è voltato e alzando una mano come a schermirsi ha detto: "Ma se io nella vita faccio il farmacista..."
Sempre camminando (e sempre tutti sorridendo, chi un po' e chi molto -come l'amico felice di vera felicità amicale-), io ho detto: "Certo, certo, come no... Caro Brandon!"
C'è stato un altro sorriso generale, senza che nessuno intanto avesse smesso di seguitare a camminare; poi ci siamo divisi, noi verso l'Isola Tiberina e loro non so.
Lui si è voltato un'ultima volta e mi ha detto "Ciao! Un bacio grande!"

Era Marco Guadagno.
Il doppiatore del Brandon Walsh di Beverly Hills 90210.

Conoscevo la sua voce sin dalle elementari, quando Beverly Hills 90210 era un cult stracult.
Ha fatto poi molto altro, ha recitato, e so che da poco ha diretto il doppiaggio di Frost/Nixon, ma per me sarà sempre l'inconfondibile voce di Brandon Walsh.

E' stato un bel momento.
Io sono stata felice. Pecco di superbia e aggiungo che sono certa sia stato felice anche lui.

Dopotutto, è questa la felicità: un momento passeggero di pura sorpresa, inaspettato e vagante come una mina, come i coriandoli, come uno scoppio improvviso.
La contentezza, la serenità, l'appagamento e l'allegria sono altra cosa.
Ma la felicità è come uno scroscio, è una doccia di due minuti, un gavettone emotivo.
Pam! Ti colpisce, ti fa la doccia, ed è subito passata.
E' un momento prezioso, un luccichìo, un pizzicore.

Tu, doppiatore, che vieni riconosciuto di botto in una serata vociante sul Lungotevere per aver detto quattro parole.
O tu, scrittore, che entri in un bar una mattina, ordini il caffè e una brioche vuota e intanto senti un ragazzo che dice a un amico una frase presa dal tuo libro, una frase che gli piace, una frase ch'è tua, con lui che aggiunge: "L'ho letta in un libro che ho finito da poco, se vuoi poi te lo passo,  e sai cosa, questo tizio è un dritto".
Te ne stai zitto, mangi la tua brioche vuota, bevi il tuo caffè in silenzio.
Poi esci dal bar ed esulti con un saltello, ti dici "Yò, sono un dritto", scansi la vecchietta che ti sta guardando storto senza capire, e te ne vai per la tua strada, felice.

Che momenti, certi momenti.
Editato da: Pellys. And the clock said 23:23 | link | commenti (9)
Segnalibri: pensieri, ricordi, roma, bizzarrie, amica ciaki
MAIL: pellys@splinder.com
mercoledì, 04 marzo 2009

L'eco dei cassetti

Se le persone fossero case, ognuno di noi avrebbe un discreto numero di stanze.
Avremmo una cucina, illuminata e vociante.
Un salottino da sistemare a piacimento, e so già che nel mio ci sarebbero pareti gialle e librerie.
Avremmo finestre aperte, tende mosse dal vento, coni di luce che si allargano sul parquet.
E letti soffici, mobili graziosi, qualcosa di lilla, qualcosa di azzurro.
Ci sarebbero amiche, biscotti nel forno, puntate di Sex and The City,  nello stereo Teho Teardo alternato a Madonna.

Se le persone fossero case, ognuno di noi avrebbe un discreto numero di stanze e, lontana da tutte le altre, una stanza buia.

Nella stanza buia ci sarebbe un armadio, e nell'armadio dei cassetti, e nei cassetti delle cose.
Cose tristi, cose mai dette, cose di cui ci si vergogna, cose portate con noi dopo delusioni e avvilimenti, cose che abbiamo dimenticato o abbiamo finto di dimenticare.

Se è vero che ognuno di noi ha un lato non necessariamente oscuro, ma perlomeno in ombra, allora ognuno di noi ha una stanza come quella, un armadio come quello, dei cassetti come quelli.
I cassetti dei tempi andati, delle frasi morte in gola, delle lacrime trattenute o versate sui cuscini come tante poverette.
I cassetti del lato che non mostriamo di giorno, quel lato che non mostriamo a nessuno, se non per poco, se non raramente, se non vergognandocene sempre tremendamente.

Le fragilità vanno nascoste, tenute a bada, lasciate nel cassetto, chiuse nell'armadio, dimenticate dietro la porta di quella stanza che non ci abbandona e che ogni tanto andiamo ad aprire per farci un po' male.

Nella stanza che ci fa male, nella stanza dove le cose vivono al chiuso, sono riposti anche fantasmi, ologrammi di persone, che la popolano in silenzio, vorticando nella quiete apparente di tutto ciò che non abbiamo dimenticato ma ci siamo imposti di barricare lì dentro.

Forse, un giorno, prenderemo uno di quei fantasmi e lo trascineremo fuori, al sole, in uno di quei coni di luce che dalla finestra aperta si allargano sul parquet.
Gli diremo di tutte le attese inutili, le speranze malriposte, le felicità buttate, le occasioni lasciate cadere miseramente.
Gli racconteremo di tutto il tempo che ci ha portato via.
Forse piangeremo ancora un po' sul cuscino, come povere sciocche patetiche ragazzette.
Ma sarà allora che il cono di luce si allargherà fino ad arrivare al muro del corridoio, fino a lasciar intravedere la polvere che danza in milioni e milioni di puntini, fino ad arrivare all'eco che abbiamo davanti, e a farla scomparire.

Non sarà un'eco a distruggere casa mia.
La mia casa è gialla.
La mia casa è forte.
La mia casa è mia, e tu non c'entri niente.
Editato da: Pellys. And the clock said 16:11 | link | commenti (7)
Segnalibri: pensieri, amore che vieni amore che vai, boscomondo
MAIL: pellys@splinder.com
giovedì, 05 febbraio 2009

Fenomenologia dell'Inspiegabilmente Figa

Questi son giorni sfaccendati, in cui mi aggiro incerta tra la finestra e la scrivania.
Non riuscendo a produrre nulla di più sensato per il mio povero blog, mi limito a dare conto di un piccolo fenomeno, che sta sorprendendo me e le mie amiche.
Si dà il caso che, in uno dei momenti sfaccendati di cui sopra, e spinta dal mio interesse sociologico (a tratti misantropico) per la fenomenologia che sta dietro a determinate questioni o a determinati esseri, io abbia creato un gruppo su Fèisbuc.
Su Fèisbuc si possono creare gruppi per qualsiasi cosa: da quello per gli estimatori della grappa a quello per gli scienziati del CERN, passando per il gruppo dei fan di Michelle Hunziker.
Mi sono cimentata un paio volte nella creazione: ho dato vita al gruppo del mio liceo, che riunisce allievi attuali, ex allievi e vecchie glorie (siamo ormai a quota 327 membri), e ad altre poche cosette, che col tempo sono anche decollate, ma che mai avevano riscosso successo enorme e immediato.
E' stata molta la mia sorpresa, perciò, nel creare poco meno di quarantotto ore fa un nuovo gruppo, mossa dai soliti quesiti sociologico-esistenziali, e di vederlo saltare, in così poco tempo, alla quota attuale (ma cresce ogni pochi minuti) di mille e settantaquattro membri.
Non posso pertanto non condividere sulla pagina fuxia la creatura che ha trovato così largo consenso, dato che evidentemente la piaga in oggetto è più diffusa di quanto pensassi.
Sono certa che tutti ne abbiano incontrata più di una sul proprio cammino, e che si chiedano ancora quale strano fenomeno sociale portasse con sè.
Ecco qui, direttamente da Fèisbuc.
L.I.C.L.I.F. Lega Italiana Contro Le Inspiegabilmente Fighe.
L'Inspiegabilmente Figa è la compagna di classe che alle medie tutti trovano bella, salvo poi accorgersi qualche anno dopo che non solo è totalmente sprovvista di grazia, ma che bella non lo è mai stata.
L'Inspiegabilmente Figa è la ragazza che al liceo cucca e trafigge ogni genere di maschio: il teppista le dedica graffiti, il baldanzoso le attacca bottone all'intervallo, il timido la guarda di sottecchi e sospira, il secchione inquietante le manda mazzi di fiori anonimi.
Tutti cadono nella sua rete, tutti, senza che le altre ragazze riescano mai a capacitarsi del perché.
Le Inspiegabilmente Fighe te le ritrovi da adulta, ovunque, sempre, comunque, perché infestano il mondo, ottenebrano il cervello dell'uomo medio alle medie e oltre, sono intorno a noi, come le ortiche, gli stivali bianchi, la peste bubbonica.
Le Inspiegabilmente Fighe sono le altlete osannate come bellezze anche quando più che brutte sono praticamente deformi (vedi foto).
Le Inspiegabilmente Fighe sono quelle donne che, solo perché ricoprono ruoli di potere e non sono brutte, stupiscono le masse per la combinazione delle due cose e vengono definite bellissime dalla stampa (Rachida Dati, per esempio, non è affatto bella).
Le Inspiegabilmente Fighe sono come la Signorina Silvani, tanto ambita da Fantozzi eppure agghiacciante.
Le Inspiegabilmente Fighe sono ingiustamente e incomprensibilmente sopravvalutate.
Le Inspiegabilmente Fighe sono imparentate con i Troioni da Combattimento e le Acque Chete: specie diverse, eppure tutte sorelle nella Congrega del Male.
Editato da: Pellys. And the clock said 14:25 | link | commenti (17)
Segnalibri: sperimentazioni, bizzarrie
MAIL: pellys@splinder.com
venerdì, 09 gennaio 2009

Londoner

In prima media, mia zia, appassionata di pittori fiamminghi, mi regalò un taccuino con un quadro di Vermeer in copertina.
Io, non avendo ancora sviluppato una passione fiamminga, non sapevo che farmene di codesto taccuino, così lo utilizzai per cimentarmi nel mio nascente hobby: scrivere poesiole.
Riempivo pagine e paginette con cazzate di varia natura, cielo nuvole e fiammiferi alla Kurt Cobain.
Tra tutti gli argomenti, però, primeggiava Londra.
Londra, perché io l'amavo di un amore grande e ardente, pur non avendola mai vista.
Ero convinta che fosse la mia città d'elezione, e che lì avrei dovuto vivere, una volta sciolte le catene e gli obblighi imposti dalla mia giovane età.
 
Dato che i miei discorsi erano un susseguirsi di Londra qui e Londra là, mio padre pensò bene, l'estate successiva, di portarmici in vacanza.
Nel luglio 1998, pertanto, a dodici anni e mezzo, atterrai per la prima volta su suolo britannico, andando in visibilio.
Il giorno seguente dimenticai la macchina fotografica in una cabina telefonica, e, quando, pochi minuti dopo, tornai indietro con mio padre alle calcagna, non c'era più.
Rimediai facendomi comprare una macchinetta usa e getta, che utilizzai esclusivamente per scattare una sciagurata serie di foto al Madame Tussaud's.
Amai molto i Kensington Gardens, a poche centinaia di metri dal nostro albergo,  dove ogni sera si andava a fare un giretto, disquisendo su papere e scoiattoli (padre) e gettando occhiate sgomente e compassionevoli alla residenza di Lady D (la sottoscritta).
Assistemmo, nella hall dell'albergo, alla partita dei Mondiali tra Francia e Italia: vinse la Francia, e non fui contenta.
Le mie lacrime però erano state spese tutte qualche tempo addietro, quando aveva perso l'Inghilterra: ricordo Sol Campbell furente, David Beckham a testa bassa, Micheal Owen sciolto in pianto, e io dietro a ruota.
Come ho già detto, Londra era la mia città, e di conseguenza l'Inghilterra la mia Nazione, nazionale compresa.
 
A Londra, dopo quella prima visita, tornai altre volte, sempre volendole bene.
Negli anni, però, l'amore folle che provavo nei suoi confronti, quell'inspiegabile senso di appartenenza dei miei dodici anni, la sensazione che fosse la mia città e tutto il resto, andarono scemando.
Il taccuino con il Vermeer in copertina è da qualche parte, nella mia scrivania.
Non m'interessano più né Lady D, né la nazionale inglese.
 
Da qualche tempo, tuttavia, Londra è tornata a fare capolino in una serie di discorsi e pensieri.
 
C'è Martina, figlia di amici di famiglia, che ha la mia età e vive a Londra da due anni, fa la ballerina.
Vive in una casa con altre otto persone, perché lì in una settimana si paga d'affitto quello che a Torino si paga in un mese.
Appena arrivata a Londra la detestava, si trovava malissimo, voleva tornare a casa.
Ora lei e quella pioggia perenne, lei e quella nebbia sottile hanno iniziato a capirsi e, forse, persino ad amarsi.
 
C'è Luigi, mio compagno di liceo, che dopo una triennale in Bocconi se n'è andato a Oxford, che non è Londra, però insomma, fa sempre il suo effetto, diamine.
 
C'è l'Osservatore Silenzioso (critico prediletto dalla blogger qui scrivente), che dopo la maturità andò a  stare a Londra per tre mesi, autoimponendosi una prova d'iniziazione all'età adulta.
Dopo qualche giorno d'incertezza in cui "non si guadagnava ancora niente, ma si spendeva e basta", trovò lavoro in un ristorante italiano, chiamato come un compositore e un aperitivo, che "di italiano aveva solo il nome, perché il cibo, beh, lasciamo perdere", dove era forse l'unico cameriere etero, ambito da colleghe, colleghi, e trentenni assatanate.
Viveva in una specie di camera rotante, dove sapeva di avere un letto, ma non sapeva di volta in volta chi avrebbe trovato come compagno di stanza.
Per un certo periodo pensò di rimandare il ritorno, ma poi  lasciò stare, perché l'inizio dell'università incombeva, e lui aveva delle responsabilità.
Di quei mesi a Londra porta con sè alcune considerazioni sulle reti sociali nelle città cosmopolite ("a Londra la solitudine del singolo individuo agisce da motore sociale"), l'amicizia con un ragazzo che girò con lui l'Inghilterra, e soprattutto il commiato della boss russa del ristorante, che ogni sera, quando lui smetteva il grembiule e finiva il turno di lavoro, lo salutava dicendo "Bài amore, si iù tumorro".
 
Londra mi manca, ultimamente.
Mi manca la città in sè, e mi mancano quei sogni che avevo, e che la riguardavano.
Vedevo me stessa in un appartamento, vedevo me stessa tornare a casa la sera da un lavoro in cui avrei scritto e ticchettato sui tasti di un computer (un bel lavoro, non un lavoro abbrutente), vedevo me stessa leggere, e guardare film, e bere latte col cioccolato.
Vedevo me stessa sola, o almeno sola per un periodo.
 
Mi riesce difficile pensare a qualcosa che non sia la casa romana, piccola gialla e piena di libri, che vorrei adesso.
Mi riesce difficile pensare a una me lontana da qui, dalla Città dei Sette Assedi, dove i miei sogni esistono ma sono avvolti dal torpore e dall'attesa di non so mai bene che cosa.
Mi riesce difficile credere che potrei starmene sola veramente, lontana dalla famiglia e soprattutto dalle amiche -per me forse l'unica risorsa irrinunciabile-, potendole sentire solo per lettera, via mail, al telefono.
 
Starei là.
Poi tornerei.
 
So che la verità dentro di me somiglia a quella casa a Londra, al godere della solitudine e della compagnia di me stessa, al lavare via i miei egoismi ascoltando per una volta solo la mia voce.
Credo che per riconoscerci, per non dare fastidio a noi stessi, per credere di poter essere davvero le persone che vogliamo, le persone che desideriamo far conoscere a chi ci ama e a tutti gli altri, un periodo di solitudine possa essere una cosa preziosa.
Andarsene, stare soli, pensare e capire di essere fortunati perché si ha qualcosa da cui si vuole tornare, e  poi tornare.
 
Ora che inizia un anno nuovo, lascio qui scritte alcune promesse (e non propositi, giacché i propositi si fanno a se stessi, mentre le promesse si fanno a qualcuno).
 
- Prometto a Ciaki che sarò più serena, e che presto mi vedrà di nuovo ridere, più spesso di quanto ho fatto ultimamente.
 
- Prometto all'O.S. che presto arriverà la seconda puntata delle Cronache dall'Olimpo, perché io non ho smesso di seguire i suoi consigli. So che i treni non sono facili da prendere insieme, e che non sempre se ne ha voglia. Ma so che in un qualche modo molto strano, molto sfuggente e molto suo, anche lui, in fondo, in fondo, se si guarda bene in fondo, un po' è affezionato a me. So di non essermi sbagliata, e so che ho ragione. O che un giorno, perlomeno, avrò ragione.
 
- Prometto a Giocagiò che le sarò più vicina, e che, anche se lei sa che latitante non significa  assente, latiterò di meno, perché le voglio bene.
 
- Prometto alla mia Surela che non ci perderemo mai più di vista, perché lei è l'unica persona  al mondo con cui sento di avere un legame di sangue anche se sorelle non lo siamo veramente.
 
- Prometto a M. di avere più cura per Mamo e meno per le torte, come lei giustamente mi ricorda di fare. Le prometto anche che saprò essere migliore di così, perché io non ho ancora finito di volerle bene, né ho intenzione di finire, mai. E poi lei lo sa, che dire che la penso sarebbe un controsenso, perché lei è sempre qui, con me, e mi parla e mi dice la sua anche quando non c'è.
 
- Prometto a Mamo che un giorno o l'altro sceglierò nuovi modi per arrivare.
 
- Prometto a me stessa di darmi una mossa.
 
- Prometto a me stessa di tornare a Londra, prima o poi.
Editato da: Pellys. And the clock said 17:38 | link | commenti (9)
Segnalibri: amicizia, londra, propositi, amica martina, amica ciaki, osservatore silenzioso, amica veramatta, sürela
MAIL: pellys@splinder.com
giovedì, 04 dicembre 2008

Secondo piano con ascensore

A Torino vivo in una stanza piccola, in una casa piccola, in un palazzo piccolo.
Vivo in una via che non è esattamente una passeggiata, anche se c'è chi ci passeggia munita di stivali bianchi e acconciature rococò.
Vivo in un posto dove ogni giorno è una retata, dove le macchine non sono parcheggiate ma sotto sequestro.

Vivo sopra un ristorante brasiliano aperto a tutte le ore, anche nei giorni che non compaiono sul calendario.
Vivo sopra un internet point indiano, che frequentavo parecchio fino a due anni fa, quando nella casa piccola del palazzo piccolo non era ancora arrivato il wireless: ogni giorno dovevo subire le urla riottose della figlia del proprietario, una bambina treenne da me ribattezzata "La figlia del Demonio", tanto stronza e scalmanata da essere probabilmente la reincarnazione di una qualche divinità indiana del Male Supremo.

Vivo vicino alla stazione, dove l'aria non è aria, ma gas di scarico.
Vivo in un posto dove la gente non conosce semafori, e ti asfalta con gioia, se solo ti attardi fino allo scattare del giallo.

Vivo in un palazzo abitato quasi esclusivamente da zitelle ottuagenarie, uniche utilizzatrici di un ascensore che funziona solo grazie ad una chiave che non possiedo, e ascensore che comunque non vorrei usare, visto che  grazie alle gentilsignore di cui sopra, come direbbe Margaret Mazzantini, odora di fica vecchia.
Vivo in una casa che sta di fianco a un bordello, e vicino ad un palazzo dove ogni giorno che Dio manda in terra qualcuno urla in una strana lingua, a intervalli regolari e per mezz'ora di fila.
Vivo attaccata all'appartamento di due tizi che copulano a notte fonda emettendo gemiti, latrati e grida a metà tra un esorcismo, la jungla, e la parodia di un film porno.
Vivo in una stanza che dà sul cortile, e so che, a qualunque ora io esca sul balcone, troverò sempre il mio dirimpettaio polacco affacciato alla finestra di fronte, forse perché è pazzo e crede di vivere in un film di Hitchcock, o forse perché è pazzo e basta e un giorno mi ucciderà.

Vivo però in una via che è poco distante dal parco, e anche se non ci vado mai perché non amo i parchi, so che il parco c'è e questo mi basta.
Vivo vicino a una via di cui non ricordo il nome attuale, ma so che fu "già via Pallamaglio", e siccome in via Pallamaglio visse Natalia Ginzburg da bambina, sono emozionata al solo pensiero.
Vivo quasi in pieno centro, anche se il mio quartiere è più simile al Bronx che a una parte qualunque di Manhattan.
Vivo a trecento metri dall'albergo in cui si suicidò Pavese, e ne vado malinconicamente fiera.
Vivo vicino alla Sinagoga, e allungo la mia strada di proposito, per passarci davanti, perché è così bella che vorrei piangere e mi trattengo solo per sobrietà sabauda.
Vivo e ho vissuto con amiche fondamentali, con cui ho legami enormi, e che sono senza dubbio la parte nobile di me (perché in fondo è proprio questo che sono gli amici veri: la nostra parte migliore).

So che un giorno scapperò lontano, e vorrò una casa piccola e gialla, piena di libri.
Intanto, però, vivo qui.
E anche se questo non è il posto che sceglierei per nessuna delle mie vite future, so che alla mia stanza piccola, e alla casa piccola nel palazzo piccolo, come a quasi tutto quello che c'è intorno, voglio bene.
Vivo qui, e per adesso va bene così.
Editato da: Pellys. And the clock said 18:59 | link | commenti (13)
Segnalibri: torino, giungla nord
MAIL: pellys@splinder.com
giovedì, 13 novembre 2008

Accidia e cadute d'amore

Sono indolente, accidiosa, piena di manie.
Non scrivo da giorni, perché ho sì cose da scrivere, ma son solo bazzecole.

Potrei dividere le notizie e gli accadimenti in punti chiari, in un pratico elenco, così da arrivare a scrivere un umile post senza dovermi più sentire in colpa perché trascuro anche il blog. 

Potrei dire che sono tornata dalla mia gaudente pettineuse per farmi tagliare il solito caschetto standard, ma lei l'ha tagliato very short, con mio grande disappunto.
Ora sembro un incrocio tra una tazzina da caffè rovesciata e Giovanna D'Arco ai tempi bui.
Potrei girare il remake di Amélie Poulain, se solo avessi la frangia: ne sarei onorata, ma continuerei a pensare di avere un taglio di capelli di merda.

Potrei dire che nel weekend appena passato ho guidato  molto, e a lungo, la Micra Bionda di mia madre, trovando già inserito nel lettore un cd degli Abba, senza avere la forza nè la voglia di toglierlo.
Alla fine del weekend ho inquietantemente scoperto di aver assorbito per osmosi tutte le canzoni, e ora mi piacciono gli Abba.

Potrei dire che una mia compagna di liceo partorirà un bambino chiamato Pietro tra meno di una settimana, e  che la cosa mi emoziona e mi sciocca.
Vorrei vederla con la pancia, ma non ne ho ancora avuto l'occasione e credo a questo punto che la vedrò quando la pancia non ci sarà più, e ci sarà già lui.
Ripenso ai giorni di scuola, al sabato pomeriggio, a quel Capodanno di prima liceo (classico, quindi terza superiore per i commoners) in cui siamo usciti tutti in strada e abbiamo corso a pinguino, con i pantaloni calati, gridando "Auguri!"
Ripenso al soprannome che le ho dato in seconda, perché lei somiglia davvero alla Caterina di De Gregori.
Tra poco sarà madre, e la vita farà una svolta.
Lei prenderà il volante, farà una curva a gomito da cui non si può tornare indietro, e dall'altra parte ci sarà Pietro.
Un po' la invidio, perché la mia vita è un rettilineo pacifico, a tratti divertente, ma pur sempre adolescenziale.
Compirò 23 anni il 23 novembre, e ancora non posso definirmi adulta.
So che probabilmente anch'io un giorno svolterò la mia curva a gomito, e dietro mi aspetterà un bambino chiamato Carlo, di cui posso già vedere gli occhi lunghi e scuri.
Non adesso, questo non lo vorrei.
Ma pensare a lei, alla pancia, a Pietro e alla curva, mi emoziona e mi sciocca.

Potrei dire che sto bevendo troppo tè, e che, finito l'infuso al miele e limone, mi accontento di quello alla pesca.

Potrei dire che non so se mi sia successo com'è successo a Claudia, che ascoltando una canzone molto trash dei Gipsy Kings da Tower Records a Londra ha alzato lo sguardo, l'ha visto e ha pensato: Merda, è lui e non c'è via di scampo.
So che per certi versi è tutto molto sciocco, ma so anche che per il precedente non avevo mai pensato nulla di simile, perché credevo più alle speranze che alla realtà, e in fondo l'avevo capito subito.
Adesso invece crederci è semplice, perché non devo fare sforzi.
Niente ha molto senso, in verità, ma ho riconosciuto la sua faccia, e in effetti ho pensato Merda.
E se Merda significa amore, forse vuol dire che ci siamo.
Editato da: Pellys. And the clock said 16:38 | link | commenti (12)
Segnalibri: pensieri, ricordi, amicizia, notizie, liceo, de gregori, innamoramento, cambio rotta, donna prolissa
MAIL: pellys@splinder.com
lunedì, 20 ottobre 2008

Il mio regno per un Tommaso

Il primo giorno d'università, sbarcata a vivere a Torino dalla provincialissima Città dei Sette Assedi, conobbi Tommaso C., alla lezione di Storia Romana.

Di lui sapevo tre cose: era adorabile, aveva gli occhiali, e come me studiava Storia.
Il mio fido compagno di liceo Nicolò, che seguiva con me Storia Romana, l'aveva battezzato Faccia a Mattone, e ancora adesso non ne capisco il perché.
Comunque, a me piaceva molto.

A dire la verità scoprii che si chiamava Tommaso C. solo a fine gennaio, quando alzò la mano all'appello d'esame (prima d'allora mi limitavo a chiamarlo anch'io "Faccia a Mattone").
Ricordo che m'infilai subito nell'aula accanto, accesi il telefonino e chiamai le mie amiche, dicendo giuliva "Ho scoperto come si chiama!!! Si chiama Tommaso C.!"
Avevo diciannove anni e due mesi, ma ero ancora abbastanza cretina.

Tommaso C. seguì poi con me anche Storia Greca, senza che comunque si riuscisse mai ad avere un qualche contatto, anche perché lui se ne stava sempre con un tizio e una tizia, e io ero ostaggio di un altro compagno di corso, D. detto Metallo, con cui ero diventata amica e con cui seguivo le lezioni.

Anche D. detto Metallo, come il mio amico Nicolò, non aveva molta simpatia per Tommaso C., e mi diceva "Ah, io non so come ti possa piacere".
A me però non interessava il suo parere, nè quello di nessun altro.
Tommaso C. mi piaceva da pazzi, punto.

All'inizio del mese di marzo, in modo semi-illegale, io e la mia amica Ciaki scoprimmo una serie di cose: Tommaso C. era di Torino, e abitava di fianco alla Gran Madre (per i non torinesi: la Gran Madre è LA chiesa di Torino, una chiesa mitica, affacciata sul Po e ai piedi della collina), che è un po' come dire che se fosse stato di Roma avrebbe abitato di fianco a Castel Sant'Angelo.
Aveva fatto il liceo classico, era un campione di canottaggio, e aveva gareggiato nella nazionale juniores.
Soprattutto, però, scoprimmo che era nato il 23 marzo.

La cotta per Tommaso C. mi faceva sentire sempre allegra, e quel marzo fu magico: scoprii che il Po, alle nove del mattino, prima della mia lezione di Letteratura Americana, luccicava in modo speciale, e che Torino col cielo terso è una delle visioni più belle che si possano avere nella vita.
A Palazzo Nuovo (nome gergale del palazzo delle facoltà umanistiche) c'era l'occupazione studentesca, e anche se da matricola spaurita quale ero non partecipavo, ricordo il clima divertito e molle, e soprattutto il terribile odore di cipolla che dall'atrio saliva fino al primo piano, dove io, proprio all'ora di pranzo, seguivo Civiltà Greca.

Alle nove della sera del 22 marzo, vigilia del compleanno di Tommaso C., me ne stavo in camera  meditabonda, mentre la mia amica Meri studiava una dispensa di biologia.
"Meri, domani è il compleanno di Tommaso"
"Uh, già, cavolo"
"Che cosa potrei fare?"
"Che cosa vorresti fare?
"Vorrei compiere un gesto un po' folle, un po' inutile, un po' romantico. Un po' da Amélie".

Lasciai Meri allo studio delle cellule, e andai dalla mia amica Martina, che guardava la tv.
"Marti, domani è il compleanno di Tommaso"
"Ah, è vero!"
"Vorrei compiere un gesto un po' folle, un po' inutile, un po' romantico. Un po' da Amélie".
"Che meraviglia! Per esempio?"
"Per esempio domani è mercoledì. Io seguo Critica Dantesca in aula 1, dalle otto alle dieci del mattino"
"Eh"
"E lui segue Letteratura Spagnola nella stessa aula, dalle dieci a mezzogiorno!"
"Ah!"
"Palazzo Nuovo è occupato. Quindi in teoria si potrebbe entrare anche adesso, anche se sono le nove e mezza!"
"Fantastico! Io ti accompagno!!!"

Così partimmo, io e Martina, senza sapere che quel momento avrebbe sancito in maniera indissolubile l'inizio della nostra amicizia.
Prendemmo il bus 61, scendemmo in via Po, e dopo poco varcammo la soglia di Palazzo Nuovo, occupato e infatti ancora aperto.

Silenzio.
"Dove saranno tutti?"
Erano nell'aula 2, a vedere un film coreano.
"Meno male che non sono in aula 1!"

Entrammo nell'aula 1, illuminata e deserta.

L'aula 1 aveva trecento posti, e lavagne gigantesche.
Quello che stavo per fare l'avrebbero visto seicento persone entro mezzogiorno, e tuttavia non era un atto coraggioso, poiché forse sarebbe stato più logico presentarsi.
Siccome però non avevo intenzione di presentarmi spontaneamente a Tommaso C. nè il mattino successivo nè mai, quella notte presi un gesso e andai alla lavagna.

(Ci sono due fotografie a testimonianza del racconto che seguirà, ma rimarranno ostaggio del mio archivio).

Arrivai sotto la lavagna gigante e mi misi in postazione.
Presi il gesso e iniziai a scrivere, in alto a destra, la data del giorno dopo: 23 marzo 2005.
Poi, al centro della lavagna, in caratteri enormi, calcati e ripassati, scrissi "AUGURI TOMMASO!".

Feci un balzo e corsi in cima alle scale, per guardare la lavagna dall'alto: la scritta si vedeva perfettamente.
Temendo che il professore potesse cancellare i miei auguri, o sciverci accanto, prendemmo tutti i gessi e il cancellino, e li buttammo in un cestino della spazzatura vicino all'aula.
In ogni caso, il mattino dopo sarei stata a lezione in quella stessa aula due ore prima di Tommaso, dalle otto alle dieci, e avrei potuto monitorare la situazione.

"Che meraviglia, è una cosa fantastica!" disse Martina.
"Mamma mia, chissà che faccia farà!!! Io dopo Critica Dantesca me ne vado, non voglio rimanere alla sua lezione! Se rimango mi becca, sa bene che non seguo Letteratura Spagnola... Però Nicolò segue la sua stessa lezione, potrei chiedergli di guardare e riferirmi! Sì sì, farò così!" dissi io.

E feci così.
Spiegai la cosa a Nicolò, che sentenziò: "Oddio, davvero? Che cagata!",  ma acconsentì a monitorare il tutto al posto mio.
Scrissi sms a un buon numero di amici dicendo "Ragazzi, non sapete che cosa ho fatto! Appena ci vediamo vi racconto!"
Andai a dormire emozionatissima.

Il giorno dopo, Tommaso C. non era a lezione.
Editato da: Pellys. And the clock said 21:45 | link | commenti (21)
Segnalibri: ricordi, amicizia, torino, innamoramento, bizzarrie, gianduiotti, amica martina, amica ciaki, amica meri
MAIL: pellys@splinder.com