Di tutte le ingiustizie umane, l'amore unilaterale è forse la più demenziale.
Si ama senza essere riamati, si idealizza, si è molto sciocchi. Capita a tutti, più volte nella vita, dalle elementari in poi. Tu, che adesso passi di qui per caso e leggi, chiediti: "Ho mai amato unilateralmente? Ho amato senza essere corrisposto?". La risposta è, ovviamente, sì. Succede anche il contrario, certo. Si è amati da qualcuno senza amarlo noi. Di solito, però, il confronto è schiacciante: l'amore unilaterale, in proporzione, capita molto più a te, piuttosto che a qualcuno verso di te. Chieditelo di nuovo: "Ho amato più io, o sono stata amata più volte da qualcuno che non amavo?". La prima. E non bisogna badare a quelle che rispondono "Oh, no, sono stati molti di più quelli che hanno amato me, non il contrario!", perché sono solo delle povere stronze.
Il fatto è che l'amore unilaterale non porta da nessuna parte. E' solo un io, loro. Io che amo senza che l'altro mi corrisponda, loro (quei quattro gatti in una vita) che amano me senza che io ami loro.
Non si è mai un noi, che poi è l'unica vera condizione perché si possa parlare di amore effettivo.
Se si è nella condizione di io -io che amo e lui che non ama me-, ci si strugge, si immaginano conversazioni, situazioni, giorni felici di una mai vita.
Se si è nella condizione di essere amati da loro -gli altri, quelli che ci amano senza essere corrisposti- ci sentiamo braccate, braccati, tutti quasi, chissà perché, in pericolo, come se il fatto di aver permesso che qualcuno a cui non pensiamo pensi a noi fosse un reato, una cosa che ci fa sentire precari, vittime e carnefici. Scopriamo di essere amati da una persona che non abbiamo mai nemmeno pensato di poter amare, e ci sale l'ansia. "Com'è potuto succedere, io non voglio, è un pensiero che va estirpato e che non doveva nascere".
Nella mia vita sono stata spesso un io e ho incontrato anche alcuni loro.
Mi appresto pertanto a scriverne un piccolo compendio. Esempi di amore unilaterale. Aneddoti. Quando si è un io, quando si ha a che fare con dei loro. Si è creature estranee in partenza, lo si è per chi amiamo senza riscontro e lo sono quelli che senza riscontro amano noi.
Via:
LORO:
-Il primo dei miei loro si chiamava A., figlio di amici di famiglia.
Ad un pranzo gigante e affollato, in uno di quei ristorantoni della bassa con molti tavoli e molto brusìo, mi allungò un menu di carta di riso su cui aveva scritto "Ti amo". Panico. "Com'è potuto succedere, io non voglio, è un pensiero che va estirpato e che non doveva nascere". Presi il menu, lo appallottolai senza farmi vedere, e lo nascosi dietro una fila di piatti. Poi, siccome una cameriera solerte e scassacazzi se ne accorse, me lo ripresi. Usciti tutti in giardino, riuscii finalmente a gettarlo nel cestino più vicino. Lui, dopo mezz'ora, dovendo buttare qualcosa, sollevò il coperchio e lo trovò. Mi guardò basìto, agghiacciato, rancoroso. Ero ufficialmente assurta al ruolo di stronza. Una donna du du du in cerca di guai.
- Il secondo dei miei loro, E., un giorno, nel corridoio del liceo, mi disse:
"Ho lasciato F. Per un'altra"
"Per un'altra?", feci io
"Sì. Me ne sono innamorato, non posso farci niente"
"Ah, mi dispiace. Per F, voglio dire"
"Non dovrebbe"
"Perché?"
"..."
"La conosco?"
"Direi proprio di sì"
"Ah"
"..."
"Ti prego dimmi che non sono io!"
"Vedo che non l'hai presa bene".
- Il terzo dei miei loro, due giorni dopo il secondo (non è mai più successa una cosa simile. In quella settimana dev'esserci stata una qualche strana e inquietante congiunzione astrale), mi scrisse un lungo e intricato sms che finiva con "Io ti amo". Parole grosse. Quando si aggiunge il soggetto, poi.
Ed ecco la sottoscritta nuovamente spaventata e corrosiva. Scappare, scappare. No, no, no, no. Gli telefonai e gli dissi che mi dispiaceva, ma non provavo niente per lui, perché io, ecco, amavo un altro.
Il che era vero.
Infatti:
IO:
- Quel caso di "Io ti amo ma tu nisba" aveva a che fare con un certo E. (naturalmente non l'E. che si era dichiarato nella settimana della congiunzione astrale), che io amai zitta zitta per una vita. Andammo anche insieme in Inghilterra, per un corso estivo in college. Preparai, prima della partenza, circa quattro pacchetti giganti di Vigorsol da portare con me, con l'idea che l'avrei sicuramente baciato molto, sapendo sempre, in ogni momento e anche presa alla sprovvista, di menta piperita. Si fidanzò con una bolognese bionda con il piercing sulla lingua. Giulia. (A tal proposito servirebbe un teorema: in questi lunghi anni, io e le mie amiche ci siamo rese conto che nelle faccende d'amore il nome Giulia è una costante: l'altra si chiama sempre Giulia).
Quella sera io piangevo amaramente, nel fitto del parco. Arrivò Alessandra, la mia compagna di stanza (solo al ritorno le fu svelato l'arcano): "Ma tu piangi! ...Che succede?". "Niente", gracchiai io. "E' per E.?", fece lei di rimando. E io: "Assolutamente no, come ti viene in mente?".
Tornati dall'Inghilterra, lui fece coppia fissa per un'eternità con una sua compagna di classe (solo dopo scoprii che lei mi era anche simpatica; a quei tempi ero molto impegnata a detestarla). Io mi struggevo, sgomenta. L'estate successiva, un giorno, mentre ero al mare, mi chiamò Michela, una mia amica e compagna. Ero in spiaggia, appena uscita dall'acqua. La sentii urlare al telefono: "Franci, si sono lasciati! Si sono lasciati!!! L'ho saputo ora, per caso! Ero in centro e ho incontrato Y e me l'ha detto!". Io corsi per mezza spiaggia, franai a terra esultante. La sera brindai a vodka con i miei amici storici del mare, offrii io per festeggiare. Finita l'estate, tornata a scuola, lo vidi nel corridoio del liceo e sentii qualcosa di strano. Andai da Michela e le dissi contrita: "Michi, credo che non mi piaccia più".
Siamo così, dolcemente complicate, cantava la Mannoia.
- Un altro caso, molto più antico, di "Io ti amo ma tu te ne freghi", ebbe come protagonista Nicola, mio vicino di banco in terza media (tra l'altro più basso di me di circa ottomila spanne). Ci scambiavamo libri di una collana horror intitolata "Piccoli Brividi", chiacchieravamo molto, ci eravamo simpatici. Un giorno lui, avendo aperto il frigo la mattina molto presto e ancora assonnato con l'intenzione di prendere un cartoncino di succo, si sbagliò. All'intervallo tirò fuori dallo zaino, basìto, una confezione di panna da cucina, e io l'amai. Perché è vero che noi donne amanti della battuta ribattiamo al cliché del "Voglio un uomo che mi faccia ridere" dicendo che è più bello essere tu donna che fai ridere lui uomo, ma ogni tanto una vacanza, ecco. Può essere disarmante.
Fu l'unico ragazzo della mia vita a cui mi dichiarai, rimanendo evidentemente traumatizzata.
Successe dopo una cena di classe.
"Nicola, ti devo parlare"
"Certo, dimmi"
"Non qui, in privato"
"Andiamo nella cabina telefonica"
Così, in una cabina telefonica a gettoni, gli dichiarai il mio amore, e lui disse "Ma io... Non voglio". Proprio così, non voglio, che poi è esattamente la stessa cosa che pensai io quando mi capitò di essere amata senza corrispondere.
Ricordo che intervenne Federico, nostro compagno di classe, amico di entrambi e mio confidente per quella faccenda. Entrò nella cabina e disse: "Ma Nicola!". Nicola, dal canto suo, ripetè "Ma io... Non voglio, davvero" e uscì. Nella cabina rimanemmo io e Federico, a guardarci negli occhi sotto shock, lui una mano sulla mia spalla e io a dire "Oh Fede, Fede! Che disastro!"
- Un altro capitolo interessante della mia personale saga di sfiga riguarda un certo Claudio, nella classe accanto alla mia al liceo (la stessa di quell'E. dell'Inghilterra, peraltro). Dieci in greco, dieci in latino, dieci in ginnastica. Le gambe più belle della storia del West. M'invaghii pazzamente nelle ultime tre settimane dell'ultimo anno (tempismo eccezionale), lui era timidissimo e io immaginavo tutta una nostra vita futura in cui, novelli sposi, saremmo emigrati a Firenze (non ho idea del perché). Il mio unico atto di coraggio consistette nel lasciargli sul motorino un biglietto anonimo con su scritto "Sei carinissimo", forse col punto esclamativo, forse no. La scuola finì, ci fu la maturità, io poi me ne andai a Berlino e insomma lo dimenticai, credo.
Amore unilaterale, questo sconosciuto. L'amore che non serve a niente, l'amore che non è amore. Quell'amore di cui chi lo riceve non sa che farsene, un sentimento che non genera nessun noi, ma solo persone distanti, amori da lontano che non hanno ragion d'essere se non forse per scrivere belle canzoni, sempre che tu ne sia capace. L'amore unilaterale è voglia di vincere, non volontà di amare.
Ad ogni modo, l'ultima volta che mi successe (circa un anno e mezzo fa) scrissi a un amico dicendo: "E' l'uomo della mia vita".
Lui mi rispose: "Peccato"
Io: "In che senso Peccato?"
Lui: "Immagino tu volessi scrivere E' l'uomo della mia vita"
Io: "Sì"
Lui: "Invece hai sbagliato a digitare. Hai scritto E' l'uomo della MAI vita"
Io: "Ah"
Lui: "Beh, non mi sembra un buon segno".
Effettivamente, non fu affatto un buon segno.
E' il 24 luglio 2007.
Nella mia vita, di lì a poco, arriverà S., ma io ancora non lo so.
Molte cose stanno per cambiare, e molte stanno per succedere.
Io però non ci penso: oggi è il 24 luglio 2007.
Sono a Roma, da sola, di nascosto.
Sono venuta a Roma in segreto e lo sanno solo poche amiche.
Me ne sto su Ponte Fabricio, guardo il fiume.
Domani tenterò l'esame d'ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia.
Non andrà bene.
Il 5 settembre scoprirò che non è andata, che hanno preso otto ragazzi e otto ragazze, e tra le otto ragazze io non ci sono. Controllerò le graduatorie sul sito internet, e continuerò a premere il tasto sinistro del mouse sulla freccia che va giù anche quando la pagina sarà finita, in cerca del mio nome. Continuerò per un minuto, forse di più. E più che piangere, credo.
Scoprirò di non avercela fatta, cercherò chi c'era quel giorno insieme a me, provando a ricordare i nomi, chiedendomi se qualcuno avesse deciso di tentare anche all'Accademia, o altrove, e avesse quindi un'altra possibilità.
Domani, dicevo, tenterò l'esame d'ammissione al CSC, avrò davanti a me in commissione Giancarlo Giannini, mi tremeranno le gambe, farò il monologo della portinaia e reciterò una poesia di Pascoli. Poi uscirò, tornerò in centro e vagherò senza meta, pranzerò alle 4 del pomeriggio, calpesterò sampietrini roventi con le mie scarpe leggere, ascolterò molte volte Into the groove della Madonna anni '80 nell'mp3.
Di quella che fu sicuramente una delle più drammatiche, esaltanti, meravigliose giornate della mia vita, parlerò magari un'altra volta. Lo farò, perché quella giornata merita di essere raccontata.
Ma non adesso. Oggi è il 24 luglio 2007, il giorno prima, e io me ne sto su Ponte Fabricio.
Ho scelto questo posto perché amo arrivare fino a qui passando da Trastevere, e mi piace l'Isola Tiberina.
Mi piace vedere la cupola della Sinagoga dall'altra parte del fiume; guardo la cupola e piango un po', sempre, ma con discrezione, senza farmi vedere.
Due lacrime che mi salgono su dalle viscere, e poi basta, discrezione.
Oggi mi sono fermata, sono su Ponte Fabricio e non sto proseguendo.
Dovrei fare un passo, poi un altro, un altro ancora, attraversare la strada, andare nel Ghetto.
E' facile, fallo.
Invece sono lì, guardo il fiume.
Sto osservando il Ponte Rotto, sono assorta.
Non ci ho mai fatto questo gran caso, prima d'ora.
Un troncone di ponte romano rimasto lì dopo un'alluvione. L'ho anche studiato, naturalmente. En passant, a dire la verità. Il Ponte Rotto, costruito ponte nel terzo secolo avanti Cristo, sbattuto giù e divenuto un ponte rotto nel sedicesimo dopo Cristo.
Passavo su Ponte Fabricio, mi sono fermata, lo guardo fisso.
"Quindi è questo un ponte rotto", dico tra me e me.
Rompere un ponte. Che cosa significa?
Rompere i ponti. Come si fa?
E' che cos'è un ponte rotto? E' un ponte che non porta più da nessuna parte.
Avevo bisogno di saperlo. Di vederlo chiaramente, solidamente, davanti a me.
E' il 24 luglio 2007, e sono ormai tre mesi che non vedo più Z., che non parlo più con lei, che non so più niente della sua vita, di quello che fa, pensa, dice.
Abbiamo rotto i ponti, tre mesi fa.
Z. è stata una delle amiche fondamentali della mia vita.
Era una delle poche a sapere che oggi sarei stata qui, e ora non saprà mai se domani ce la farò.
E' strano pensare che non ci vedremo più, che non farà più parte della mia vita. E' strano pensare che a tutto quello che abbiamo vissuto insieme non seguirà mai nient'altro.
E' strano pensare che non terremo fede alle promesse, né a quella per il compimento dei nostri trent'anni, fatta quando ne avevamo diciassette, né a quella per la nostra vecchiaia, fatta a quindici (ci eravamo dette che da vecchine saremmo tornate a pranzare al Don C., in Costa Azzurra, dove mi ero fatta portare da mio papà, nel ferragosto di quinta ginnasio, per farle una sorpresa).
E' strano pensare che non conoscerà mai mio figlio, che non vedrà mai la mia casa.
E nemmeno io vedrò niente. Non saprò più niente.
La mia prima compagna di banco, conosciuta di vista sin dalle elementari e poi incontrata al liceo.
Quella con cui studiavo quasi tutti i pomeriggi, che sapeva tutto di me.
Come ho potuto?
Come ha potuto?
Come possiamo dividerci così, noi due?
Io sono davvero la parte peggiore di me stessa?
E lei è davvero così lontana da tutto quello che conoscevo?
Ecco che cos'è un ponte rotto, è questo.
Non porta più da nessuna parte. E noi non andiamo più da nessuna parte.
Io sono qui, incagliata, schiantata, e tu insieme a me.
Ognuna nel suo fiume, o forse nello stesso, ma lontane, separate, con un vuoto in mezzo così grande che se ci penso mi si apre una voragine dentro e cado giù.
Cado giù dentro me stessa, incapace di capire se è normale, una cosa così.
E' normale che un'amicizia finisca? Può finire? E' lecito?
Sono ferma su Ponte Fabricio, persa nel mio 24 luglio 2007, e penso di no, penso che non sia possibile, che io non sono normale, se a noi è successa una cosa così.
Un amore può finire, si sa. Ma un'amicizia no.
Può scemare, andare a morire lentamente.
Ci si può perdere di vista.
Ma decidere di perdersi di vista è una cosa diversa.
Tagliamo i ponti, chiudiamola qui, io non sto più bene insieme a te, perdiamoci di vista.
Ti ho voluto bene, ma perdiamoci di vista.
Con te, che non sei un'amica qualunque, con te, che non sei una persona come tutte le altre, non può scemare niente, e niente può andare a morire.
Siamo talmente concatenate, che solo decidendo di recidere i fili che ci tengono unite capiremo che è vero.
Sul Ponte Fabricio, guardando il Ponte Rotto, penso a quello che è stato il nostro ponte.
Il tempo intanto scorre e lo lambisce, e magari un giorno dimenticherò quanto e come sto male adesso.
Potrò dimenticare questo senso di vuoto terribile, la sensazione di essere schiantata, completamente schiantata?
Penso alle correnti, al fatto che insieme a Z. ho perso e deciso di perdere anche E., nostra compagna e sua coinquilina non appena si è iniziata l'università.
Era inevitabile. Ma noi tre, noi tre... Noi tre eravamo molte cose. Eravamo il banco condiviso, l’autobus per tornare a casa, i battibecchi, le risate, le scommesse, i dodici giorni vissuti a Berlino dopo la maturità. Noi tre eravamo Simba, Timon e Pumba (e chi facevo io? Il cinghiale, naturalmente. Avevamo anche un'altra versione che s'ispirava ad Aladdin, e qui io ero il Genio della lampada infiammabile e chiacchierone, Z. la scimmietta magra di Aladino, ed E. il Tappeto Volante. La versione Re Leone era comunque stata quella di maggior successo).
Nella mia visione, suddividendo vita e sentimenti in uno schema poetico, potrei dire che l'amicizia, l'amore e la famiglia sono rispettivamente la base, l'altezza, la profondità.
La profondità ti dice chi sei, fa riecheggiare le tue radici e la storia della tua persona dentro di te, sta sotto, al buio, al caldo, è inestirpabile, in qualunque caso.
L'amore ti innalza, ti porta su, perché quando siamo innamorati siamo il mondo, e lo sorvoliamo.
Ma l'amicizia è la base. Ed è grazie alla base che puoi stare in piedi. Senza base non si va avanti, senza base non è vita. Senza base a me non interessa sorvolare un bel niente.
Avevo allora e ho adesso amiche insostituibili, preziosissime, vitali.
Ma, come dice una delle più importanti: "Se ne manca anche una sola, in quel momento è come se mancassero tutte. Sei sola anche se non lo sei, perché hai un pezzo in meno".
In quel 24 luglio 2007 sono sul ponte e penso che non so come farò ad andare avanti, che un modo lo troverò, ma che ho paura di domani, perché quando l'esame sarà finito non avrò più niente da aspettare e potrò solo essere triste; magari sarò per sempre triste.
Sono passati quasi due anni da quel giorno, e due anni esatti da quando, tre mesi prima, vidi per l'ultima volta Z.
Non è stato così. Non è stato come pensavo quel giorno su Ponte Fabricio.
Io, che per molti mesi mi sono vergognata all'idea che una delle amicizie più importanti della mia vita fosse finita, all'idea della lite e della decisione di perdersi di vista, io che mi vergognavo perché pensavo che non fosse normale, e che le amicizie dovessero andare avanti per sempre, mi sono rialzata in piedi non molto presto, ma comunque prima di quanto pensassi.
Ho capito che, qualunque cosa succeda, non è il caso di vergognarsi, che si va avanti, che la vita ti sorprende quando meno te lo aspetti, e che, se anche c'è un posto vuoto, con una buona base si ha sempre il modo di ripartire.
Ho capito che la base si può addirittura allargare.
Nessuno, però, prende il posto di nessuno.
Chi arriva può essere meraviglioso, e diventare un amico più grande di chi se n'è andato.
Ma chi se n'è andato, in qualche modo, rimane lì.
Roma ha altri ponti, tutti belli, tutti solidi, tutti affidabili.
Ma il Ponte Rotto rimane lì.
E' rotto, però non se ne va via con la corrente, resta fermo, non si dimentica.
Z. ed E., a voi che non leggerete mai queste righe (e che peraltro nemmeno sapete che, un mese dopo quel 24 luglio 2007, ho creato questo blog color fucsia) io adesso scrivo ugualmente, per dire a voce alta che non ho dimenticato.
So che tu E., se sapessi che scrivo, saresti fiera di me. Certe tue lodi sommesse e inaspettate hanno dato i loro frutti, vedremo ciò che ne sarà.
E Z., io ti sogno, a volte.
E nel sogno so che non siamo più amiche, eppure è come se firmassimo una breve tregua, tu mi parli e mi racconti, e lo stesso faccio io con te.
Roma ha i suoi ponti, ma in un modo o nell'altro, ci sei sempre anche tu.

E' da una vita che ho in testa la mia surreale playlist.
Al mare, con la mia amica Ciaki, prendevo pazientemente nota su foglietti volanti, succhiavo linfa vitale dal suo iPod e dal mio barbaro mp3 Creative, per non lasciarmi scappare le canzoni.
Non sono le canzoni che preferisco, ma sono titoli che ho da sempre nel mio immaginario, note sulle quali costruirei l'inizio di un film o la sua scena madre, note che accompagnano momenti, parole che ispirano, canzoni che non potrebbero farmi venire in mente nient'altro che quel che riporterò qui sotto.
In quest'insieme eterogeneo di titoli ci sono quattro bozzoli di altrettante sceneggiature (non li segnalo, ma non è difficile indovinare), con un loro perché ben definito nella mia testa.
Tutto il resto sono immagini allucinate, il volto delle sensazioni provocate dalle canzoni, la foresta dell'immaginario, la trasposizione in parole dell'unica cosa che m'ispira una determinata canzone.
Perché una canzone può parlare chiaro, e palesarti il suo mondo chiedendo solo che tu sia abbastanza sveglio per potertelo raccontare così come lo avverti.
Canzoni buffe per idee buffe. Altre meno. Altre ancora per niente.
In alcuni casi, solo consigli sul modo migliore per mettersi in ascolto.
Paesaggi, stranezze, felicità.
Per chi vorrà, anche spunti da cercare, o scaricare.
Ebbene, che la playlist abbia il suo via.
- Per convincere un'amica a compiere un'impresa folle e coraggiosa, per darle la carica quando dovrebbe sfoderare carattere e romanticismo, e prendersi ciò che le spetta:
Just say yes - The Cure
- Per bere tè in una cucina inondata di luce, in una casa sui Navigli, piena di libri e piccole felicità:
I gatti lo sapranno - Lalli
- Per sbattere i piedi a terra così velocemente da entrare in orbita:
Juicebox - The Strokes
- Per ballare un lento conturbante, in un fumoso ed equivoco bar di Caracas o di Non-importa-dove, con quel gran tocco di filetto che è Marco Travaglio:
La canzone che scrivo per te - Marlene Kuntz
- Per scendere la scalinata di Piazza di Spagna intabarrata in un vestito di taffettà rosa, le braccia levate al cielo e l'aria eterea, e fare il bagno nella fontana della Barcaccia, riempita per l'occasione di svariati ettolitri di J'adore:
Pensiero stupendo - Patty Pravo
- Per fare il barman acrobatico in un locale di bassa lega, gettare cocktail alla folla in delirio direttamente dallo shaker, alla maniera del Tom Cruise anni '90, e intanto eseguire una coreografia ballata sul bancone insieme ai due buttafuori, di cui uno rasta e l'altro completamente tatuato:
John the revelator - Depeche Mode
- Per compiere una rapina a mano armata in un qualche punto perso nell'interspazio, camminando al rallentatore e sentendosi fantascientifici, con molto bianco intorno:
Never Win - Fischerspooner
- Per attaccare rissa con una rivale in amore, imitando il tuo compagno di liceo Luigi che, litigando per i turni di filosofia durante un'assemblea di classe, attaccò briga con il compagno Giorgio e, quando ormai sembrava aver perso il match, indietreggiò, si abbassò, prese la rincorsa e diede all'altro una testata in pieno stomaco, a mo' di toro impazzito:
Somebody told me - The Killers
- Per muovere le mani a casaccio dalla cima di una montagna fingendo di generare maree, sentendosi un po' Dio e un po' quel topo che voleva conquistare il mondo nel cartone intitolato "Il Mignolo col Prof":
The switch - Planet Funk
- Per entrare in un bosco, in una notte violacea.
Per vedere i rami animarsi ad un tratto, e suonare violini, mentre un violinsta vero, umano, esce dall'acqua di un lago senza lasciare dietro di sè increspature, e si guarda attorno, e si chiede attònito che fine farà, in quel bosco di alberi violinisti.
Lullaby - The Cure
- Per tornare a quelle mattine dei tuoi quindici anni, in vacanza studio in un college inglese, quando Simone B. attaccava la musica a palla alle 7, batteva una serie di colpi sulla parete che divideva la tua camera e la sua, e ti svegliava con questa canzone:
Ti prendo e ti porto via - Vasco Rossi
- Per avere la prova che la bellezza per errore di cui parla Kundera esiste, e può sorprendere (si consiglia l'ascolto durante un tragitto in autobus):
Electrical storm - U2
- Per sfrecciare sulla West Coast, e ridere molto, su una decappottabile anni '50, negli anni '50, con un foulard in testa perché siamo tutte un po' Jackie O'.
The Heinrich maneuver - Interpol
- Per starsene in panciolle sulla riva del fiume, con il sole negli occhi e una mano davanti al viso, sorridendo e godendosi il bel tepore che c'è nell'aria, perché -accidenti- è primavera:
Voglio una pelle splendida - Afterhours
- Per far ballare tutti, ma proprio tutti, ad uno sfarzoso matrimonio con sposo inglese, inglese del Kent:
Starz in their eyes - Just Jack
- Per sentirsi un po' romantici:
Dice - Finley Quaye + William Orbit (remixed and extended version)
- Scenderai la scalinata, pallida, nel tuo vestito nero.
Sarai ancora bella, nonostante tutto, e fiera, nel tuo incedere lento.
Scenderai, sperando intanto che lui possa cambiare idea, che decida di salvarti.
Lui, però, non lo farà.
Tu hai cambiato la sua vita, e il corso della storia.
Gli hai dato una figlia con i capelli rossi che diventerà regina, e poi leggenda.
Non sai che ne sarà di Elisabetta.
Mentre il boia declamerà la tua sentenza di morte, pregherai per lei e per te stessa.
Raccomanderai la tua anima a quel dio protestante che, insieme a te, ha reso l'Inghilterra per sempre diversa.
Il tuo nome è Anna Bolena, e tra poco verrai decapitata:
Storm - Craig Armstrong
- Va bene, tuo cugino a 11 anni e mezzo (l'anno scorso) ha sentito Another break in the wall e ha sbarellato di brutto, inaugurando la sua fase musicale post - Zecchino d'oro con i Pink Floyd.
Tu forse eri meno nobile, ma è pur sempre vero che in prima media, quando ancora le tue compagne conoscevano solo le Spice Girls, hai chiesto come regalo di compleanno il doppio cd live degli Aerosmith.
E questa, ancora oggi, è capace di tirarti su come nient'altro:
Dude - Aerosmith
- Per un placido momento di quiete, in una casa di campagna o -meglio ancora, se è possibile- sul balcone della casa marittima, affacciato sulle colline che stanno dietro ad Alassio.
Ah, questo sì che è amore.
(Si consiglia un'accurata manicure per potersela tirare all'arrivo della frase "Vorrei cantare il canto delle tue mani". E magari una passata di smalto rosso, che farebbe sentire più faiga anche Pina Fantozzi).
Vorrei - Guccini
- Genova, mattinata chiara d'estate.
Sei in bici, tuo padre è morto, tu ancora non te ne capaciti.
Stai andando all'apertura del testamento.
Tra poco meno di un'ora scoprirai di avere una sorella, e saprai che tuo padre aveva una vita parallela, con un'altra casa, un'altra figlia, e un'altra madre per questa figlia.
Tua madre sapeva. Sua madre sapeva. Voi no.
Ti dirai che non sarete mai sorelle, mai e poi mai.
Un giorno però la vedrai bere il caffè, e ti accorgerai che tiene la tazza esattamente come te, che a tua volta la tieni in mano come solo tuo padre faceva.
Capirai che l'esser sorelle passa anche attraverso le somiglianze più inaspettate, e nella familiarità commovente che si può cogliere in un'estranea, e nel suo modo di bere il caffè.
Ma adesso non lo sai, sei ancora in bici, e non sai niente di quel che succederà di lì a poco.
Genova, mattinata chiara d'estate, il mare luccica e fuoricampo si sente questa canzone:
Why can't I be you - The Cure
- Nell'altra vita, quella precedente, quella in cui volevo fare del teatro il mio mestiere, avevo un sogno nel cassetto.
Non era un musical, perché io odio i musical.
Era un'opera rock, dedicata a Battiato, recitata sulle sue canzoni.
Alla fine, con un turbinìo arancio di luci dall'alto, Battiato sarebbe salito sul palco, su questa canzone, e il teatro sarebbe caduto per lo scrosciare di applausi (rivolti, ovviamente, al Maestro):
Il ballo del potere - Franco Battiato
- Se Mina ti fa cagare, ma pensi che questa canzone ne valga assolutamente la pena:
L'importante è finire - Sikitikis
- Se anche tu, al liceo, ti sentivi parte di una famiglia, e volevi bene ai tuoi compagni come se fossero fratelli. Se ti rendeva felice sentirti parte di quel NOI, e non sai se riderai mai più come allora. Se fare squadra per te ha molto, molto senso, e sentirti partecipe di un tutto ti dà più soddisfazione:
Hey Negrita! - Negrita
- Per guidare verso il mare, o verso una cosa bella, e sentirsi super-power:
Radio nowhere - Bruce Springsteen
- Per sposare un elfo:
Hoppipolla - Sigur Ròs
- Come ogni torinese o torinesofilo sa, i Murazzi del Po sono un'istituzione, un luogo poetico sul finir della notte, lo scenario magico che odora di fiume.
Torino è qui, in queste viscere pulsanti e radioattive.
C'è sempre bisogno di una canzone per scendere ai Murazzi, anche solo mentalmente, e sedersi lì, sulla tua panchina, ad aspettare il giorno.
Questa è la canzone che uso io, perché per me è piena d'affetto, e ai Murazzi non si può non voler bene:
Il mio DJ - Subsonica
- Io non faccio jogging, non vado a correre.
Ma SE facessi jogging, non sarebbe per la forma fisica.
Andrei a correre per allenarmi in vista di una corsa più grande, più importante.
Andrei a correre per prepararmi alla mia corsa del secolo, mia e solo mia.
Questo perché credo che ognuno di noi, un giorno, potrà avere un valido motivo per mettersi a correre dalla felicità.
Può esserti appena nato un figlio mentre sei dall'altro capo della città (in questo caso si tratterà di un tu padre, evidentemente). E allora che fai? Corri.
Puoi aver ricevuto la notizia più bella della tua vita. E allora che fai? Corri.
Puoi avere appena scoperto di esser stato preso. Sì, prendono dieci persone, all'esame eravate in duecento, scorri l'elenco col dito senza quasi osare guardare, all'improvviso il dito si ferma e sotto c'è il tuo nome. E' fatta. Ce l'hai fatta. E allora che fai? Corri.
Corri via, corri altrove, corri ad avvisare qualcuno.
Corri di felicità.
E io so che in quel momento ti accompagna una canzone.
Parte piano e poi esplode, te la canti tu nella tua testa, e te la canta la città che ti sta intorno, te la canta l'asfalto spaccato dal caldo, te la cantano i muri, e tu corri, e intanto ridi di un riso silenzioso e irrefrenabile, e non ti bastano le orecchie per fermarlo, quel sorriso. Sorridi dentro, sorridi tutto, sorridi ovunque.
E c'è la tua canzone.
La mia, quando succederà -perché succederà- sarà questa qui:
Lift me up - Moby
- Quando sei malinconico, ma non triste; quando sei allegro, ma di un'allegria sommessa.
Quando vuoi goderti le minuzie della vita, comprare una zucca per Hallowe'en, camminare trotterellando, sentirti un po' parigino anche se non puoi andare a lanciare sassi sul canale Saint Martin:
La valse des Monstres - Yann Tiersen
- Soffri pene d'amore infernali e dolorosissime, che ti spezzano e dilaniano il cuore e poi lo buttano in pasto a quattro cani che passano di lì.
Ciononostante, non vuoi perdere il tuo aplomb:
Goodbye my lover - James Blunt
- Vivete insieme: tu, la tua amica single e incinta lì lì per partorire, e il vostro migliore amico gay.
Lei ha letto da qualche parte che un cantante di cui non ricorda il nome è diventato da poco papà, e che suo figlio è nato -così dice lui nell'intervista- sulle note di Mambo number five, quella canzone idiota di Lou Bega che diceva "A little bit of Monica in my life, a little bit of Erica by my side, a little bit of Rita's all I need" eccetera eccetera, perché in sala parto c'era la musica a palla.
Lei ride divertita al pensiero di una povera puerpera che debba dare alla luce il pupo sulle note di un tormentone estivo trash come Mambo number five.
E ridendo proclama a gran voce "Oddio, io non potrei MAI partorire in una situazione del genere, sarebbe così ridicolo, ma ci pensate? La musica a palla in sala parto? C'è da morir dal ridere!"
Sempre per scherzo, provate ad ipotizzare, in base al calcolo delle probabilità sugli ultimi tormentoni estivi, quale canzonetta potrebbe toccare in sorte alla vostra povera amica primipara, andate a dormire ridendo convulsamente, e non ci pensate più.
Qualche tempo dopo, però, si rompono le acque. E arrivano le doglie.
Quella sera il bar sotto casa ospiterà una festa di laurea, fervono i preparativi, e il DJ sta selezionando la musica.
Si rompono le acque, dicevamo. E arrivano le doglie.
E insieme alle doglie, parte una canzone.
Sul primo gridolino della tua amica-single-incinta-lì-lì-per-partorire, dal bar di sotto sparano a palla QUELLA canzone.
"E' uno scherzo?" grida lei, ma non c'è tempo, bisogna scendere in strada e correre all'ospedale.
La macchina ha le ganasce, nun se po' parti'.
"Chiamiamo un taxi! Taxi!!!"
Arriva il taxi, la mamma sale, tu sali, sale anche il migliore amico gay.
Il taxista ha la radio accesa e alla radio cosa c'è? Sì, sempre quella canzone.
"Non ci credo, non è possibile, non voglio fare la fine della mamma del Mambo number five!"
Ospedale.
Tutto tranquillo, per ora.
Sala parto, niente musica.
Entra la ginecologa, entra l'ostetrica, la mamma inizia la sua respirazione-da-parto, tu sei lì, migliore amico gay anche.
E' in quel momento che la ginecologa dice all'infermiera "Marinella, la radio!", e la mamma fa "No!" e la ginecologa "Sì sì, invece, non no, deve spingere, su!"
E, sì, la radio viene accesa, e nella sala parto fa irruzione molesta la solita canzone, quella che, per ridere, avevate immaginato prendesse il posto di Mambo number five nel vostro parto.
Così, oltre al bambino nato su Mambo number five, ci sarà una bambina nata su:
Umbrella - Rihanna
- Per scrivere la lista della spesa in un pomeriggio di giugno, e aggiungerci i limoni solo perché fanno allegria:
27 aprile - Il Nucleo
- Per camminare col naso rivolto alla luna, fare un giro intorno a un lampione e poi sedersi su una panchina, sentendo che tra poco nevicherà:
Natale - De Gregori
- Mentre si torna a casa alle prime luci dell'alba, in pace col mondo e con se stessi, e si vede il sole salire su:
Perfect - Smashing Pumpkins
- Si alza il sole su Roma, è una bella mattina nuova di primavera.
Panoramica su Piazza di Spagna, Tridente, Piazza del Popolo, si vede tutto dall'alto, scorre veloce.
Si passa su Fontana di Trevi, bizzarramente inondata di luce arancione, come il palazzo che le sta accanto.
Scorre tutto, in rapida successione.
Si alzano le serrande delle botteghe, e Roma con loro.
Corri, ma adesso si tratta di semplice jogging, è una corsa mattutina.
Attraversi il Giardino degli Aranci, lassù vicino a Piazza dei Cavalieri di Malta.
Entri di buon passo nel bed and breakfast della tua famiglia, anche se famiglia è dire un po' troppo, perché con tuo fratello quasi non ci parli e tua madre se n'è andata anni fa.
Ma c'è tuo padre, e poi c'è tuo nonno.
Entri e intanto la radio passa la canzone che avevi in testa mentre correvi, e tu questa canzone la ami, perché è la preferita di Gramellini, e Gramellini è il tuo preferito.
Ah, a proposito, tuo padre è Carlo Verdone, e tuo nonno Arnoldo Foà.
In the name of love - U2
- Una volta, sul sito dei Subsonica, fecero un sondaggio, chiedendo a noi fan quale fosse la frase più bella di tutte le frasi di tutte le canzoni dei Subsonica.
Io scrissi "Ti sto cercando per ritrovare tutto il possibile del mondo", tratta da Il cielo su Torino.
Un ragazzo che scrisse poco dopo di me, diceva invece che la frase più bella, e più divertente, e più assurda dei Subsonica era "Ti guardo che mi guardi, non so se salutarti", da Strade.
Aveva ragione, è straordinaria.
Racchiude la vitalità e la gioventù e la carica speciale di quelli che erano i Subsonica sul finire degli anni novanta. Se Microchip Emozionale è la summa della loro musica, Strade è l'incrocio di vie intricate e anomale, è un'esplosione allegra e confortante, è la prova della complicità che c'è tra i cinque.
E' bellissima. E, dal vivo, lo è ancora di più.
Ricordo che la ascoltai per la prima volta proprio in concerto, senza mai averla sentita prima.
Ti guardo che mi guardi, non so se salutarti.
La carica vitale di quella canzone mi ha catturata subito, e non mi ha lasciata più.
Perciò sì, ecco qui:
Strade - Subsonica
PREMESSA