Di tutte le ingiustizie umane, l'amore unilaterale è forse la più demenziale.
Si ama senza essere riamati, si idealizza, si è molto sciocchi. Capita a tutti, più volte nella vita, dalle elementari in poi. Tu, che adesso passi di qui per caso e leggi, chiediti: "Ho mai amato unilateralmente? Ho amato senza essere corrisposto?". La risposta è, ovviamente, sì. Succede anche il contrario, certo. Si è amati da qualcuno senza amarlo noi. Di solito, però, il confronto è schiacciante: l'amore unilaterale, in proporzione, capita molto più a te, piuttosto che a qualcuno verso di te. Chieditelo di nuovo: "Ho amato più io, o sono stata amata più volte da qualcuno che non amavo?". La prima. E non bisogna badare a quelle che rispondono "Oh, no, sono stati molti di più quelli che hanno amato me, non il contrario!", perché sono solo delle povere stronze.
Il fatto è che l'amore unilaterale non porta da nessuna parte. E' solo un io, loro. Io che amo senza che l'altro mi corrisponda, loro (quei quattro gatti in una vita) che amano me senza che io ami loro.
Non si è mai un noi, che poi è l'unica vera condizione perché si possa parlare di amore effettivo.
Se si è nella condizione di io -io che amo e lui che non ama me-, ci si strugge, si immaginano conversazioni, situazioni, giorni felici di una mai vita.
Se si è nella condizione di essere amati da loro -gli altri, quelli che ci amano senza essere corrisposti- ci sentiamo braccate, braccati, tutti quasi, chissà perché, in pericolo, come se il fatto di aver permesso che qualcuno a cui non pensiamo pensi a noi fosse un reato, una cosa che ci fa sentire precari, vittime e carnefici. Scopriamo di essere amati da una persona che non abbiamo mai nemmeno pensato di poter amare, e ci sale l'ansia. "Com'è potuto succedere, io non voglio, è un pensiero che va estirpato e che non doveva nascere".
Nella mia vita sono stata spesso un io e ho incontrato anche alcuni loro.
Mi appresto pertanto a scriverne un piccolo compendio. Esempi di amore unilaterale. Aneddoti. Quando si è un io, quando si ha a che fare con dei loro. Si è creature estranee in partenza, lo si è per chi amiamo senza riscontro e lo sono quelli che senza riscontro amano noi.
Via:
LORO:
-Il primo dei miei loro si chiamava A., figlio di amici di famiglia.
Ad un pranzo gigante e affollato, in uno di quei ristorantoni della bassa con molti tavoli e molto brusìo, mi allungò un menu di carta di riso su cui aveva scritto "Ti amo". Panico. "Com'è potuto succedere, io non voglio, è un pensiero che va estirpato e che non doveva nascere". Presi il menu, lo appallottolai senza farmi vedere, e lo nascosi dietro una fila di piatti. Poi, siccome una cameriera solerte e scassacazzi se ne accorse, me lo ripresi. Usciti tutti in giardino, riuscii finalmente a gettarlo nel cestino più vicino. Lui, dopo mezz'ora, dovendo buttare qualcosa, sollevò il coperchio e lo trovò. Mi guardò basìto, agghiacciato, rancoroso. Ero ufficialmente assurta al ruolo di stronza. Una donna du du du in cerca di guai.
- Il secondo dei miei loro, E., un giorno, nel corridoio del liceo, mi disse:
"Ho lasciato F. Per un'altra"
"Per un'altra?", feci io
"Sì. Me ne sono innamorato, non posso farci niente"
"Ah, mi dispiace. Per F, voglio dire"
"Non dovrebbe"
"Perché?"
"..."
"La conosco?"
"Direi proprio di sì"
"Ah"
"..."
"Ti prego dimmi che non sono io!"
"Vedo che non l'hai presa bene".
- Il terzo dei miei loro, due giorni dopo il secondo (non è mai più successa una cosa simile. In quella settimana dev'esserci stata una qualche strana e inquietante congiunzione astrale), mi scrisse un lungo e intricato sms che finiva con "Io ti amo". Parole grosse. Quando si aggiunge il soggetto, poi.
Ed ecco la sottoscritta nuovamente spaventata e corrosiva. Scappare, scappare. No, no, no, no. Gli telefonai e gli dissi che mi dispiaceva, ma non provavo niente per lui, perché io, ecco, amavo un altro.
Il che era vero.
Infatti:
IO:
- Quel caso di "Io ti amo ma tu nisba" aveva a che fare con un certo E. (naturalmente non l'E. che si era dichiarato nella settimana della congiunzione astrale), che io amai zitta zitta per una vita. Andammo anche insieme in Inghilterra, per un corso estivo in college. Preparai, prima della partenza, circa quattro pacchetti giganti di Vigorsol da portare con me, con l'idea che l'avrei sicuramente baciato molto, sapendo sempre, in ogni momento e anche presa alla sprovvista, di menta piperita. Si fidanzò con una bolognese bionda con il piercing sulla lingua. Giulia. (A tal proposito servirebbe un teorema: in questi lunghi anni, io e le mie amiche ci siamo rese conto che nelle faccende d'amore il nome Giulia è una costante: l'altra si chiama sempre Giulia).
Quella sera io piangevo amaramente, nel fitto del parco. Arrivò Alessandra, la mia compagna di stanza (solo al ritorno le fu svelato l'arcano): "Ma tu piangi! ...Che succede?". "Niente", gracchiai io. "E' per E.?", fece lei di rimando. E io: "Assolutamente no, come ti viene in mente?".
Tornati dall'Inghilterra, lui fece coppia fissa per un'eternità con una sua compagna di classe (solo dopo scoprii che lei mi era anche simpatica; a quei tempi ero molto impegnata a detestarla). Io mi struggevo, sgomenta. L'estate successiva, un giorno, mentre ero al mare, mi chiamò Michela, una mia amica e compagna. Ero in spiaggia, appena uscita dall'acqua. La sentii urlare al telefono: "Franci, si sono lasciati! Si sono lasciati!!! L'ho saputo ora, per caso! Ero in centro e ho incontrato Y e me l'ha detto!". Io corsi per mezza spiaggia, franai a terra esultante. La sera brindai a vodka con i miei amici storici del mare, offrii io per festeggiare. Finita l'estate, tornata a scuola, lo vidi nel corridoio del liceo e sentii qualcosa di strano. Andai da Michela e le dissi contrita: "Michi, credo che non mi piaccia più".
Siamo così, dolcemente complicate, cantava la Mannoia.
- Un altro caso, molto più antico, di "Io ti amo ma tu te ne freghi", ebbe come protagonista Nicola, mio vicino di banco in terza media (tra l'altro più basso di me di circa ottomila spanne). Ci scambiavamo libri di una collana horror intitolata "Piccoli Brividi", chiacchieravamo molto, ci eravamo simpatici. Un giorno lui, avendo aperto il frigo la mattina molto presto e ancora assonnato con l'intenzione di prendere un cartoncino di succo, si sbagliò. All'intervallo tirò fuori dallo zaino, basìto, una confezione di panna da cucina, e io l'amai. Perché è vero che noi donne amanti della battuta ribattiamo al cliché del "Voglio un uomo che mi faccia ridere" dicendo che è più bello essere tu donna che fai ridere lui uomo, ma ogni tanto una vacanza, ecco. Può essere disarmante.
Fu l'unico ragazzo della mia vita a cui mi dichiarai, rimanendo evidentemente traumatizzata.
Successe dopo una cena di classe.
"Nicola, ti devo parlare"
"Certo, dimmi"
"Non qui, in privato"
"Andiamo nella cabina telefonica"
Così, in una cabina telefonica a gettoni, gli dichiarai il mio amore, e lui disse "Ma io... Non voglio". Proprio così, non voglio, che poi è esattamente la stessa cosa che pensai io quando mi capitò di essere amata senza corrispondere.
Ricordo che intervenne Federico, nostro compagno di classe, amico di entrambi e mio confidente per quella faccenda. Entrò nella cabina e disse: "Ma Nicola!". Nicola, dal canto suo, ripetè "Ma io... Non voglio, davvero" e uscì. Nella cabina rimanemmo io e Federico, a guardarci negli occhi sotto shock, lui una mano sulla mia spalla e io a dire "Oh Fede, Fede! Che disastro!"
- Un altro capitolo interessante della mia personale saga di sfiga riguarda un certo Claudio, nella classe accanto alla mia al liceo (la stessa di quell'E. dell'Inghilterra, peraltro). Dieci in greco, dieci in latino, dieci in ginnastica. Le gambe più belle della storia del West. M'invaghii pazzamente nelle ultime tre settimane dell'ultimo anno (tempismo eccezionale), lui era timidissimo e io immaginavo tutta una nostra vita futura in cui, novelli sposi, saremmo emigrati a Firenze (non ho idea del perché). Il mio unico atto di coraggio consistette nel lasciargli sul motorino un biglietto anonimo con su scritto "Sei carinissimo", forse col punto esclamativo, forse no. La scuola finì, ci fu la maturità, io poi me ne andai a Berlino e insomma lo dimenticai, credo.
Amore unilaterale, questo sconosciuto. L'amore che non serve a niente, l'amore che non è amore. Quell'amore di cui chi lo riceve non sa che farsene, un sentimento che non genera nessun noi, ma solo persone distanti, amori da lontano che non hanno ragion d'essere se non forse per scrivere belle canzoni, sempre che tu ne sia capace. L'amore unilaterale è voglia di vincere, non volontà di amare.
Ad ogni modo, l'ultima volta che mi successe (circa un anno e mezzo fa) scrissi a un amico dicendo: "E' l'uomo della mia vita".
Lui mi rispose: "Peccato"
Io: "In che senso Peccato?"
Lui: "Immagino tu volessi scrivere E' l'uomo della mia vita"
Io: "Sì"
Lui: "Invece hai sbagliato a digitare. Hai scritto E' l'uomo della MAI vita"
Io: "Ah"
Lui: "Beh, non mi sembra un buon segno".
Effettivamente, non fu affatto un buon segno.
E' il 24 luglio 2007.
Nella mia vita, di lì a poco, arriverà S., ma io ancora non lo so.
Molte cose stanno per cambiare, e molte stanno per succedere.
Io però non ci penso: oggi è il 24 luglio 2007.
Sono a Roma, da sola, di nascosto.
Sono venuta a Roma in segreto e lo sanno solo poche amiche.
Me ne sto su Ponte Fabricio, guardo il fiume.
Domani tenterò l'esame d'ammissione al Centro Sperimentale di Cinematografia.
Non andrà bene.
Il 5 settembre scoprirò che non è andata, che hanno preso otto ragazzi e otto ragazze, e tra le otto ragazze io non ci sono. Controllerò le graduatorie sul sito internet, e continuerò a premere il tasto sinistro del mouse sulla freccia che va giù anche quando la pagina sarà finita, in cerca del mio nome. Continuerò per un minuto, forse di più. E più che piangere, credo.
Scoprirò di non avercela fatta, cercherò chi c'era quel giorno insieme a me, provando a ricordare i nomi, chiedendomi se qualcuno avesse deciso di tentare anche all'Accademia, o altrove, e avesse quindi un'altra possibilità.
Domani, dicevo, tenterò l'esame d'ammissione al CSC, avrò davanti a me in commissione Giancarlo Giannini, mi tremeranno le gambe, farò il monologo della portinaia e reciterò una poesia di Pascoli. Poi uscirò, tornerò in centro e vagherò senza meta, pranzerò alle 4 del pomeriggio, calpesterò sampietrini roventi con le mie scarpe leggere, ascolterò molte volte Into the groove della Madonna anni '80 nell'mp3.
Di quella che fu sicuramente una delle più drammatiche, esaltanti, meravigliose giornate della mia vita, parlerò magari un'altra volta. Lo farò, perché quella giornata merita di essere raccontata.
Ma non adesso. Oggi è il 24 luglio 2007, il giorno prima, e io me ne sto su Ponte Fabricio.
Ho scelto questo posto perché amo arrivare fino a qui passando da Trastevere, e mi piace l'Isola Tiberina.
Mi piace vedere la cupola della Sinagoga dall'altra parte del fiume; guardo la cupola e piango un po', sempre, ma con discrezione, senza farmi vedere.
Due lacrime che mi salgono su dalle viscere, e poi basta, discrezione.
Oggi mi sono fermata, sono su Ponte Fabricio e non sto proseguendo.
Dovrei fare un passo, poi un altro, un altro ancora, attraversare la strada, andare nel Ghetto.
E' facile, fallo.
Invece sono lì, guardo il fiume.
Sto osservando il Ponte Rotto, sono assorta.
Non ci ho mai fatto questo gran caso, prima d'ora.
Un troncone di ponte romano rimasto lì dopo un'alluvione. L'ho anche studiato, naturalmente. En passant, a dire la verità. Il Ponte Rotto, costruito ponte nel terzo secolo avanti Cristo, sbattuto giù e divenuto un ponte rotto nel sedicesimo dopo Cristo.
Passavo su Ponte Fabricio, mi sono fermata, lo guardo fisso.
"Quindi è questo un ponte rotto", dico tra me e me.
Rompere un ponte. Che cosa significa?
Rompere i ponti. Come si fa?
E' che cos'è un ponte rotto? E' un ponte che non porta più da nessuna parte.
Avevo bisogno di saperlo. Di vederlo chiaramente, solidamente, davanti a me.
E' il 24 luglio 2007, e sono ormai tre mesi che non vedo più Z., che non parlo più con lei, che non so più niente della sua vita, di quello che fa, pensa, dice.
Abbiamo rotto i ponti, tre mesi fa.
Z. è stata una delle amiche fondamentali della mia vita.
Era una delle poche a sapere che oggi sarei stata qui, e ora non saprà mai se domani ce la farò.
E' strano pensare che non ci vedremo più, che non farà più parte della mia vita. E' strano pensare che a tutto quello che abbiamo vissuto insieme non seguirà mai nient'altro.
E' strano pensare che non terremo fede alle promesse, né a quella per il compimento dei nostri trent'anni, fatta quando ne avevamo diciassette, né a quella per la nostra vecchiaia, fatta a quindici (ci eravamo dette che da vecchine saremmo tornate a pranzare al Don C., in Costa Azzurra, dove mi ero fatta portare da mio papà, nel ferragosto di quinta ginnasio, per farle una sorpresa).
E' strano pensare che non conoscerà mai mio figlio, che non vedrà mai la mia casa.
E nemmeno io vedrò niente. Non saprò più niente.
La mia prima compagna di banco, conosciuta di vista sin dalle elementari e poi incontrata al liceo.
Quella con cui studiavo quasi tutti i pomeriggi, che sapeva tutto di me.
Come ho potuto?
Come ha potuto?
Come possiamo dividerci così, noi due?
Io sono davvero la parte peggiore di me stessa?
E lei è davvero così lontana da tutto quello che conoscevo?
Ecco che cos'è un ponte rotto, è questo.
Non porta più da nessuna parte. E noi non andiamo più da nessuna parte.
Io sono qui, incagliata, schiantata, e tu insieme a me.
Ognuna nel suo fiume, o forse nello stesso, ma lontane, separate, con un vuoto in mezzo così grande che se ci penso mi si apre una voragine dentro e cado giù.
Cado giù dentro me stessa, incapace di capire se è normale, una cosa così.
E' normale che un'amicizia finisca? Può finire? E' lecito?
Sono ferma su Ponte Fabricio, persa nel mio 24 luglio 2007, e penso di no, penso che non sia possibile, che io non sono normale, se a noi è successa una cosa così.
Un amore può finire, si sa. Ma un'amicizia no.
Può scemare, andare a morire lentamente.
Ci si può perdere di vista.
Ma decidere di perdersi di vista è una cosa diversa.
Tagliamo i ponti, chiudiamola qui, io non sto più bene insieme a te, perdiamoci di vista.
Ti ho voluto bene, ma perdiamoci di vista.
Con te, che non sei un'amica qualunque, con te, che non sei una persona come tutte le altre, non può scemare niente, e niente può andare a morire.
Siamo talmente concatenate, che solo decidendo di recidere i fili che ci tengono unite capiremo che è vero.
Sul Ponte Fabricio, guardando il Ponte Rotto, penso a quello che è stato il nostro ponte.
Il tempo intanto scorre e lo lambisce, e magari un giorno dimenticherò quanto e come sto male adesso.
Potrò dimenticare questo senso di vuoto terribile, la sensazione di essere schiantata, completamente schiantata?
Penso alle correnti, al fatto che insieme a Z. ho perso e deciso di perdere anche E., nostra compagna e sua coinquilina non appena si è iniziata l'università.
Era inevitabile. Ma noi tre, noi tre... Noi tre eravamo molte cose. Eravamo il banco condiviso, l’autobus per tornare a casa, i battibecchi, le risate, le scommesse, i dodici giorni vissuti a Berlino dopo la maturità. Noi tre eravamo Simba, Timon e Pumba (e chi facevo io? Il cinghiale, naturalmente. Avevamo anche un'altra versione che s'ispirava ad Aladdin, e qui io ero il Genio della lampada infiammabile e chiacchierone, Z. la scimmietta magra di Aladino, ed E. il Tappeto Volante. La versione Re Leone era comunque stata quella di maggior successo).
Nella mia visione, suddividendo vita e sentimenti in uno schema poetico, potrei dire che l'amicizia, l'amore e la famiglia sono rispettivamente la base, l'altezza, la profondità.
La profondità ti dice chi sei, fa riecheggiare le tue radici e la storia della tua persona dentro di te, sta sotto, al buio, al caldo, è inestirpabile, in qualunque caso.
L'amore ti innalza, ti porta su, perché quando siamo innamorati siamo il mondo, e lo sorvoliamo.
Ma l'amicizia è la base. Ed è grazie alla base che puoi stare in piedi. Senza base non si va avanti, senza base non è vita. Senza base a me non interessa sorvolare un bel niente.
Avevo allora e ho adesso amiche insostituibili, preziosissime, vitali.
Ma, come dice una delle più importanti: "Se ne manca anche una sola, in quel momento è come se mancassero tutte. Sei sola anche se non lo sei, perché hai un pezzo in meno".
In quel 24 luglio 2007 sono sul ponte e penso che non so come farò ad andare avanti, che un modo lo troverò, ma che ho paura di domani, perché quando l'esame sarà finito non avrò più niente da aspettare e potrò solo essere triste; magari sarò per sempre triste.
Sono passati quasi due anni da quel giorno, e due anni esatti da quando, tre mesi prima, vidi per l'ultima volta Z.
Non è stato così. Non è stato come pensavo quel giorno su Ponte Fabricio.
Io, che per molti mesi mi sono vergognata all'idea che una delle amicizie più importanti della mia vita fosse finita, all'idea della lite e della decisione di perdersi di vista, io che mi vergognavo perché pensavo che non fosse normale, e che le amicizie dovessero andare avanti per sempre, mi sono rialzata in piedi non molto presto, ma comunque prima di quanto pensassi.
Ho capito che, qualunque cosa succeda, non è il caso di vergognarsi, che si va avanti, che la vita ti sorprende quando meno te lo aspetti, e che, se anche c'è un posto vuoto, con una buona base si ha sempre il modo di ripartire.
Ho capito che la base si può addirittura allargare.
Nessuno, però, prende il posto di nessuno.
Chi arriva può essere meraviglioso, e diventare un amico più grande di chi se n'è andato.
Ma chi se n'è andato, in qualche modo, rimane lì.
Roma ha altri ponti, tutti belli, tutti solidi, tutti affidabili.
Ma il Ponte Rotto rimane lì. Non se ne va via con la corrente, resta fermo, non si dimentica.
Z. ed E., a voi che non leggerete mai queste righe (e che peraltro nemmeno sapete che, un mese dopo quel 24 luglio 2007, ho creato questo blog color fucsia) io adesso scrivo ugualmente, per dire a voce alta che non ho dimenticato.
So che tu E., se sapessi che scrivo, saresti fiera di me. Certe tue lodi sommesse e inaspettate hanno dato i loro frutti, vedremo ciò che ne sarà.
E Z., io ti sogno, a volte.
E nel sogno so che non siamo più amiche, eppure è come se firmassimo una breve tregua, tu mi parli e mi racconti, e lo stesso faccio io con te.
Roma ha i suoi ponti, ma in un modo o nell'altro, ci sei sempre anche tu.
